
L’esportazione del formaggio italiano è cresciuta del 90 per cento negli ultimi 10 anni. Germania, Francia e Regno Unito guidano la classifica dei principali consumatori europei di specialità casearie italiane, mentre gli Stati Uniti si confermano il mercato extraeuropeo più importante. Secondo l’analisi di Coldiretti (su dati Istat e Ismea, ndr), diffusa nella Giornata internazionale del latte, la filiera lattiero casearia ha raggiunto un valore complessivo di 31 miliardi di euro tra produzione, trasformazione e commercializzazione.
Se nel 2025 le esportazioni dei formaggi Made in Italy hanno toccato il massimo storico - quasi 680 milioni di chilogrammi venduti - anche nel mercato interno la situazione risulta essere in attivo: formaggi e latte rappresentano circa il 60 per cento del valore totale del comparto alimentare dei prodotti Dop. Al primo posto c’è il Grana Padano davanti al Parmigiano Reggiano. Tra i primi 10 formaggi più richiesti si trovano la mozzarella di bufala (al quarto posto), il gorgonzola (al quinto posto) e il pecorino Romano (al nono posto)
Per Coldiretti, però, servirebbe maggiore tutela del made in Italy: accanto alla crescita dell’export, resta, infatti, elevato il fenomeno delle contraffazioni alimentari. All’estero molti prodotti imitano le specialità italiane più celebri, dal parmigiano ai falsi pecorini, spesso realizzati senza utilizzare le materie prime originali.
«Se in Italia si producono circa 13,5 milioni di quintali di latte, oltre la metà del quale è utilizzato per la produzione di formaggi Dop, ogni anno ne arrivano altri 10 milioni di quintali dall'estero, assieme ad altri 4,3 milioni di quintali di cagliate, formaggi e altri latticini, con una pressione al ribasso sui prezzi di quello italiano che danneggia gli allevatori nazionali e alimenta inganni e frodi ai danni dei cittadini consumatori», spiega Coldiretti.
Le aziende estere, infatti, non sono obbligate a contrassegnare l'origine sulla confezione al contrario delle aziende italiane.
Per questo l’organizzazione ha annunciato di proseguire la mobilitazione «dai porti alle frontiere come il Brennero, per l'introduzione dell'etichettatura obbligatoria d'origine su tutti i prodotti alimentari in commercio nell'Unione europea».
Filiera corta, freschezza e valorizzazione del territorio. Su questi asset si basa il lavoro della Centrale del latte di Roma che detiene oltre il 28 per cento dei consumatori di latte nel lazio e di quasi il 50 per cento in città con una crescita dello 0,6 per cento nel 2025 rispetto all’anno precedente.
«Celebriamo questa giornata mettendo al centro la nostra risorsa più preziosa: il latte fresco e la sua filiera corta», ha dichiarato il presidente, Fabio Massimo Pallottini.
«La Centrale del Latte di Roma non è solo uno stabilimento, ma il cuore di un sistema locale che garantisce eccellenza e identità. I segnali di crescita dei volumi previsti ci spingono a investire ancora di più nel legame con i nostri allevatori e con il territorio, per garantire un prodotto sicuro, locale e d’eccellenza che arriva sulle tavole in tempi rapidissimi», ha concluso Pallottini.
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