Dall’inizio dell’anno al 23 luglio sono stati confermati 32 casi di infezione da virus West Nile in Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Il Lazio è la regione più colpita, con 21 casi concentrati nella provincia di Latina. La maggior parte ha sviluppato forme neuroinvasive, e si contano due decessi, uno nel Lazio e uno in Piemonte. Tra i pazienti anche un 31enne di Aprilia, attualmente in condizioni serie allo Spallanzani di Roma.
In risposta alla diffusione, sono state attivate disinfestazioni su larga scala nei comuni interessati e misure di sorveglianza sanitaria, comprese le verifiche sulle sacche di sangue. I medici di base sono stati allertati per monitorare la comparsa di sintomi compatibili, come la febbre superiore ai 38°C. I cittadini sono invitati a proteggersi dalle punture di zanzare, usando repellenti, zanzariere e prodotti larvicidi.
Il virus, trasmesso dalle zanzare del genere Culex, è presente in Italia dal 2008, ma quest’anno la sua diffusione interessa in modo anomalo il Centro-Sud, in particolare Lazio e Campania. Le autorità hanno avviato disinfestazioni, controlli sanitari e campagne di prevenzione, mentre i cittadini sono invitati a usare repellenti e protezioni contro le punture.
Abbiamo intervistato il dottor Massimo Andreoni, professore ordinario di Malattie infettive presso l’Università degli Studi di Roma «Tor Vergata», specialista in Medicina Interna e in Malattie Infettive e Tropicali per aiutarci a capire meglio la situazione, tra rischi reali, prevenzione e percezione pubblica.
Abbiamo intervistato il dottor Massimo Andreoni, professore ordinario di Malattie infettive presso l’Università degli Studi di Roma «Tor Vergata», specialista in Medicina Interna e in Malattie Infettive e Tropicali.
Professore Andreoni, la West Nile è davvero così grave come ne parlano giornali e tv, o l’allarme è esagerato?
Voglio dire, è una cosa che in Italia abbiamo imparato a conoscere ormai da più di vent’anni. Ci sono dei casi in Italia dal 2004, e ogni anno c’è un certo numero di persone colpite. Se ricordo bene, lo scorso anno sono morte 20 persone in Italia. Quindi è un problema che abbiamo imparato a conoscere.
Certamente, il fatto che questa West Nile si stia propagando in altre regioni italiane, una volta localizzata soprattutto al Nord - in particolare nel Veneto - e ora presente anche al Sud, in Puglia, nelle isole e via dicendo, allarga le zone epidemiche. Diventa qualcosa che probabilmente tenderà a fare ancora più casi e, ahimè, più morti alla fine dell’anno.
Quindi è qualcosa che deve essere tenuto sotto controllo. Perché, effettivamente, il concetto di “preoccupante o non preoccupante” è sempre molto relativo. Tutto ciò che tende a propagarsi, avendo una potenzialità di malattia grave, merita attenzione.
È vero che ci sono molti più casi asintomatici di quelli sintomatici, ma la forma neuroinvasiva può essere estremamente grave, e a volte letale. Altre volte può lasciare anche reliquati importanti.
Quindi sì, è una malattia che può essere seria. E come tutte le malattie serie, desta un certo grado di preoccupazione.
Ma è una malattia nuova per noi?
No, ormai è diventata una malattia stabile in Italia. Tutti gli anni abbiamo casi di West Nile, e purtroppo ogni anno ci sono persone che muoiono. Per questo motivo, richiede attenzione.
L’Italia come si sta muovendo per monitorarla?
L’Italia è un Paese che tiene sotto sorveglianza la West Nile come altre arbovirosi. Sono tutte malattie con obbligo di denuncia, e ci sono dei controlli specifici.
Per la West Nile, ad esempio, si fanno controlli a campione sui cavalli - animali notoriamente esposti alle punture della zanzara Culex, che trasmette questo virus. Il virus è aviario, quindi degli uccelli, ma i cavalli sono un buon indicatore.
In alcuni allevamenti si fanno test per verificare la circolazione del virus. Quando si trovano molti cavalli infetti, aumenta la probabilità di vedere anche casi umani.
Quindi sì, c’è una sorveglianza già attiva e piuttosto attenta.
Nelle zone come Latina o Fondi, dove ci sono stati focolai, cosa si dovrebbe fare?
A maggior ragione, in queste aree va potenziata la sorveglianza. Bisogna fare interventi di disinfestazione e consigliare alla popolazione di fare particolare attenzione alle punture di zanzara.
Quello che stiamo vedendo è solo un epifenomeno, cioè la punta di un iceberg. Le persone infette nella zona di Latina sono probabilmente molte di più di quelle che vediamo. Anche perché, come diceva lei, molti sono asintomatici.
Una persona infetta può contagiarne un’altra, come avveniva con il Covid?
No, l’infezione è sempre trasmessa dalla zanzara. Non c’è una contagiosità uomo-uomo. L’uomo infetto non infetta altre persone. Il vettore è sempre la zanzara.
Quindi la trasmissione resta una zoonosi: dall’animale all’uomo, attraverso la zanzara.
Un giovane sportivo ha contratto la West Nile. È un’eccezione?
È un errore pensare che la West Nile colpisca solo persone anziane o fragili. Ovviamente, come per il Covid, nelle persone fragili decorre in maniera più grave. Ma non vuol dire che non possano essere colpiti anche i giovani.
Nel Covid abbiamo visto che anche i giovani, ogni tanto, venivano interessati, e purtroppo alcuni morivano. Quindi dare per scontato che sia solo una malattia del fragile è sbagliato.
È una malattia che colpisce in maggioranza i fragili, certo, ma qualche soggetto giovane purtroppo viene comunque colpito, e può avere forme gravi.
Dipende da tanti fattori: dalla risposta dell’ospite, dalla genetica. Alcune persone sono geneticamente più fragili per quell’infezione, anche se superano bene tutte le altre.
Questo il Covid ce lo ha fatto capire molto chiaramente, ma noi infettivologi lo sapevamo già: ci sono persone sane e robuste che, a volte, sviluppano comunque una forma grave.
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