Roma, 16 giugno 2026
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Meno bar, più ristoranti e take away nel centro storico, Fipe: «Limitare l’apertura di nuove attività nelle aree critiche per contrastare la malamovida»

L’aumento dei costi degli affitti e della gestione dei locali sarebbe alla base di questa trasformazione che sta favorendo un modello commerciale caratterizzato da spazi ridotti, poco personale e assenza del servizio al tavolo. Come sta accadendo a Trastevere

di Titty Santoriello Indiano - TEMPO DI LETTURA 2'
Meno bar, più ristoranti e take away nel centro storico, Fipe: «Limitare l’apertura di nuove attività nelle aree critiche per contrastare la malamovida»

A Trastevere le attività di ristorazione da asporto sono cresciute del 33,3% negli ultimi dieci anni, mentre i bar tradizionali hanno registrato una contrazione del 24,1%. L’aumento dei costi degli affitti e della gestione dei locali sarebbe alla base di questa trasformazione che sta favorendo un modello commerciale caratterizzato da spazi ridotti, poco personale e assenza del servizio al tavolo.

La «malamovida» nelle zone turistiche

Secondo l’indagine «Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici» di Fipe - Confcommercio, questo fenomeno non riguarda soltanto Roma ma rappresenta una tendenza che interessa molti centri storici italiani. Nella Capitale, però, l’impatto risulta particolarmente evidente in aree ad alta concentrazione turistica dove la nascita dei take away è spesso associata a problemi legati alla vendita di alcol a basso costo, al rumore notturno e, in generale, agli episodi di «malamovida».

Meno bar, più ristoranti

A livello nazionale, il settore dei pubblici esercizi ha sostanzialmente arrestato la propria crescita. Secondo la ricerca, rispetto al 2015 si registra una diminuzione del 3,7%, pari a quasi 10 mila imprese in meno. A soffrire maggiormente sono i bar, diminuiti di oltre 22 mila unità nell’arco di un decennio, anche per effetto della trasformazione di molte attività in ristoranti o formule più informali di ristorazione.

La fotografia die bar e dei ristoranti

In Italia operano oltre 262 mila imprese tra bar e ristoranti, con una densità di un’attività ogni 182 abitanti. Soltanto 162 comuni su quasi 7.900 risultano privi di almeno un bar o un ristorante. L’indagine fotografa, in realtà, un Paese diviso in due. Se numerose città del Centro-Nord registrano una riduzione delle attività, nel Mezzogiorno il comparto continua a crescere. Tra le città con il saldo positivo più elevato spicca Napoli, che negli ultimi dieci anni ha guadagnato 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163, pari a +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%).

«Ordinanze restrittive? Rimedio peggiore del male».

Secondo il presidente di FIPE-Confcommercio, Livio Enrico Stoppani, il problema della «malamovida» non può essere affrontato soltanto attraverso ordinanze restrittive.

«Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono un governo attento e una visione strategica, non semplici interventi tampone, con ordinanze che si limitano solo ad introdurre nuovi divieti», ha dichiarato Stoppani durante la presentazione del rapporto, martedì 16 giugno a Roma.

Per il presidente dell’associazione occorre, invece, intervenire sulla pianificazione commerciale e sul governo del territorio, soprattutto nelle aree più esposte al turismo.

«Va ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici», ha aggiunto.

La proposta di Fipe va nella limitazione di limitare l'apertura di «nuove attività in aree già critiche contrastando tutte le forme di dumping commerciale che oggi non sono dannose solo per i pubblici esercizi, ma per la vivibilità stessa delle città». Per l'associazione di categoria «lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male».

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