Un giovane detenuto è stato trovato senza vita nel suo letto nel carcere di Regina Coeli, a Roma. A raccontare addoloarata la vicenda è Valentina Calderone, garante capitolina dei detenuti.
La Calderone conosceva bene il giovane: «L’avrò incontrato decine di volte. Lo scorso anno gli abbiamo fatto rinnovare la carta d’identità, e da quel momento quando mi vedeva voleva sempre parlare con me».
Era «un rompiscatole, difficile e con un sacco di problemi», ma anche come un ragazzo che non aveva smesso di sperare: il giovane aveva scontato diversi periodi di isolamento, le aveva parlato della sua ex fidanzata, degli amori passati e delle cavolate fatte nella vita.Il suo desiderio era andare in comunità, per questo aveva bisogno a tutti i costi dei documenti in regola. Eppure, sottolinea Calderone, dopo due anni era ancora lì.
«Tra le scartoffie del mio ufficio ho ancora un disegno che mi aveva regalato - ricorda Calderone -. Non so cosa gli sia successo e perché sia morto. So solo che non ne posso più di ricevere queste notizie. Non ne posso più di persone che muoiono dentro al carcere».
La vicenda si inserisce in un contesto già segnato da numeri preoccupanti. Secondo i dati diffusi dal Garante nazionale e da Antigone, nel 2024 si sono registrati oltre 80 suicidi in carcere e oltre 240 decessi totali, un record che conferma la crescita delle morti sospette e dei casi di autolesionismo.
Le associazioni denunciano da tempo le criticità del sistema penitenziario: sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà nei percorsi di reinserimento.E la morte di ieri a Regina Coeli diventa l’ennesimo grido d’allarme su una realtà che continua a produrre dolore.
A darne notizia anche il sindacato autonomo di polizia penitenziaria attraverso il segretario Maurizio Somma: «Un detenuto italiano è stato rinvenuto morto in cella. Purtroppo, è stata vana ogni operazione attuata sia dal personale di polizia penitenziaria sia dal personale sanitario del penitenziario».
Sono ancora in corso gli «accertamenti per comprendere le cause del decesso». Ancora una volta - prosegue il sindacalista - siamo chiamati a commentare una morte in carcere che forse poteva e doveva essere evitata».
La struttura del carcere romano è in gravi condizioni strutturali e «il lavoro del poliziotto penitenziario è divenuto difficilissimo», precisa Somma.
Per Donato Capece, segretario generale del Sappe «un detenuto che muore in carcere è sempre una tragedia, è fondamentale che le istituzioni raccolgano nuovamente il nostro appello, investite nella sicurezza per avere carceri più sicure. Questo vale per Regina Cooeli ma anche per tutte le altre strutture detentive laziali. Il corpo di polizia penitenziaria ha dimostrato, negli anni, non soltanto di costituire un grande baluardo nella difesa della società contro la criminalità, ma ha anche dimostrato di avere in sé tutti i numeri, le capacità, le risorse, gli strumenti per impegnarsi ancora di più nella lotta contro la criminalità, per impegnarsi non soltanto dentro il carcere, ma - concldue Capece - anche fuori dal carcere».
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