
«Nove anni ed ancora all’inizio del primo grado penale». È il tempo trascorso dalla morte di Elena Ashley Aubry, la 25enne romana deceduta il 6 maggio 2018 dopo essere caduta con la sua moto sulla via Ostiense. Domani, giovedì 8 ottobre, è fissata una nuova udienza del processo. E alla vigilia dell’appuntamento in aula la madre, Graziella Viviano, torna a chiedere giustizia per la figlia e a denunciare i tempi del procedimento. L’udienza è fissata alle 9.15, aula 16. Per Viviano è l’ennesima tappa di un processo che, sostiene, ha già subito diversi rinvii. «Le sue ultime udienze sono andate perdute, rinviate per svariati motivi», scrive la madre in un lungo post sui social, nel quale ripercorre quasi nove anni di battaglie giudiziarie e civili.
Elena Aubry morì dopo essere stata sbalzata dalla sua moto mentre percorreva la via Ostiense. La vicenda giudiziaria ha posto al centro il tema della responsabilità degli enti proprietari e gestori delle strade, in relazione alle condizioni della carreggiata e alla manutenzione. Un procedimento che, secondo Viviano, ha avuto un significato anche al di là della vicenda della figlia: «Il processo di Elena ha aiutato molte famiglie di Angeli, volati via dopo ma anche prima di Elena», scrive. La madre considera quella battaglia un passaggio importante per aver portato all’attenzione il tema delle responsabilità nella gestione delle strade. Ma oggi il suo interrogativo è soprattutto sui tempi della giustizia.
«Ma adesso dov’è la giustizia per Elena? Perché si ritarda tanto?», domanda Viviano. E ancora: «Come fa una giustizia “giusta” ad essere tale quando, con le sue non più giustificabili lungaggini, tortura anche la famiglia della vittima?». Nel procedimento sono rimasti sette indagati, mentre un ottavo imputato, che aveva scelto il rito abbreviato, è stato condannato nei tre gradi di giudizio. È su questo dato che Viviano insiste per sottolineare, dal suo punto di vista, quanto sia difficile comprendere l’attuale durata del procedimento. «Non c’è nulla da “inventare” sulle responsabilità», scrive la madre, che poi pone la domanda destinata a diventare il cuore del suo appello: «Quante volte si può uccidere una persona?» E aggiunge: «Si vuole forse uccidere Elena un’altra volta, condannandola all’oblio?».
La storia di Elena, però, per Viviano non si esaurisce nelle aule di tribunale. La madre continua da anni a portare avanti iniziative sulla sicurezza stradale e sull’educazione civica. Il prossimo appuntamento è già fissato per il 27 ottobre, quando accompagnerà alcuni ragazzi delle borgate in Senato per un convegno dedicato al «rispetto», all’educazione stradale e civile. «Rispetto da dare, da testimoniare con i fatti, se lo si vuole ricevere», scrive Viviano, spiegando che proprio questo rappresenta uno dei messaggi lasciati dalla figlia. Nel post la madre ricorda anche un’altra ferita: le ceneri di Elena, che erano custodite al cimitero del Verano, furono rubate dal loro cinerario. «Non sono stati in grado neanche di vegliare sulle sue ceneri», denuncia.
A quasi nove anni dalla morte della figlia, Viviano continua dunque a chiedere che il processo arrivi a una conclusione. E lo fa senza rinunciare alla fiducia nelle istituzioni, nonostante la delusione per i tempi del procedimento. «Elena ed io, abbiamo sempre creduto e continuiamo ad amare questo Paese. Amiamo le sue persone e, malgrado tutto, crediamo nelle sue istituzioni e nella sua giustizia», scrive. Poi la promessa: «Speriamo e vogliamo ancora credere che non ne saremo deluse». Domani, accanto a lei, ci sarà anche Maria Mineo, arrivata da Catania. È la madre di Dora, morta dopo essere stata trafitta da un guardrail fatiscente. Due storie diverse, unite dalla stessa battaglia sulla sicurezza stradale. «Il tempo passa, io invecchio», conclude Graziella Viviano. «Ma Elena ed io… nono molliamo».
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