
La riabilitazione non è soltanto una sequenza di esercizi finalizzati a recuperare un movimento compromesso. È un percorso complesso, costruito intorno alle condizioni cliniche, alle possibilità e agli obiettivi di ogni singolo paziente. Un lavoro che coinvolge medici, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, psicologi e nutrizionisti.
A coordinare questo percorso è il fisiatra, specialista ancora poco conosciuto al grande pubblico, ma centrale nella gestione delle conseguenze funzionali provocate da patologie ortopediche, neurologiche, cardiologiche e respiratorie.
Ne abbiamo parlato con il dottor Stefano De Ioannon, fisiatra e responsabile dell’Unità riabilitativa della Casa di cura Villa Dante del Gruppo INI, dove sono presenti un reparto convenzionato con il Servizio sanitario nazionale e attività di riabilitazione in regime privato.
Dottor De Ioannon, di cosa si occupa concretamente il fisiatra?
«Il fisiatra può essere considerato quasi un internista della riabilitazione, perché raccoglie e coordina competenze che appartengono a diversi ambiti specialistici. L’ortopedico si concentra sull’apparato muscolo-scheletrico, il neurologo sul sistema nervoso, mentre il fisiatra prende in carico le conseguenze funzionali di numerose patologie e costruisce il progetto riabilitativo del paziente».
«Nell’attività ambulatoriale incontriamo soprattutto persone con problematiche artrosiche e osteoarticolari, difficoltà nella deambulazione, disturbi dell’equilibrio e della coordinazione. Seguiamo inoltre pazienti neurologici, persone con patologie respiratorie croniche e pazienti cardiologici dopo un intervento. La quota maggiore delle problematiche trattate resta di natura ortopedica, ma l’ambito di intervento è molto ampio».
Nella riabilitazione ospedaliera la presa in carico avviene frequentemente dopo un evento acuto: una frattura, l’impianto di una protesi, un intervento alla colonna vertebrale, un ictus o un’emorragia cerebrale.
«Possiamo occuparci anche di pazienti con sclerosi multipla o altre patologie neurologiche. Naturalmente i tempi e le possibilità di recupero cambiano in base alla gravità del danno. Una frattura o una protesi possono richiedere alcune settimane, mentre dopo un ictus il percorso può durare mesi e deve essere adattato alle compromissioni presenti».
Qual è l’obiettivo principale di un percorso riabilitativo?
«L’obiettivo è riportare il paziente al livello di autonomia più elevato possibile, compatibilmente con la patologia e con le conseguenze che questa ha prodotto. Non esiste un risultato identico per tutti».
In un paziente colpito da un ictus, ad esempio, il lavoro può riguardare il recupero della deambulazione, dell’equilibrio e della coordinazione, ma anche il linguaggio, la capacità di deglutire e lo svolgimento delle attività quotidiane. Nei casi più gravi, invece, gli obiettivi possono essere la corretta mobilizzazione, la prevenzione delle complicanze e il mantenimento delle funzioni residue.
«Un ictus particolarmente grave può lasciare conseguenze importanti. In quel caso ci occupiamo dell’assistenza, della mobilizzazione e della prevenzione di ulteriori problemi. Quando sono presenti disturbi del linguaggio, dell’equilibrio o della coordinazione, il lavoro riabilitativo può invece consentire recuperi significativi, anche se sono necessari tempi più lunghi».
Lo stesso principio viene applicato in ambito cardiologico e respiratorio. Dopo un intervento valvolare o un episodio ischemico, il paziente deve essere gradualmente “riatletizzato”, attraverso un programma controllato e proporzionato alle sue condizioni.
«Ogni paziente ha bisogno di un proprio progetto riabilitativo. Non si può applicare lo stesso programma a persone con patologie, età e capacità funzionali differenti».
«L’obiettivo è riportare il paziente al livello di autonomia più elevato possibile. Il programma deve essere costruito sulla persona, non soltanto sulla patologia».
Quanto è importante il lavoro multidisciplinare?
«Nel progetto riabilitativo intervengono diverse figure. Il fisiatra coordina l’équipe e, in base alle condizioni del paziente, si integra con l’ortopedico, il neurologo, il cardiologo, lo pneumologo e gli altri specialisti necessari».
Accanto ai medici operano fisioterapisti con competenze specifiche, terapisti occupazionali e logopedisti. Questi ultimi intervengono, per esempio, nei pazienti che presentano disartria, afasia o disfagia, quindi difficoltà nell’articolazione della parola, nel linguaggio o nella deglutizione.
Possono inoltre essere coinvolti psicologi e nutrizionisti, perché il recupero funzionale non dipende esclusivamente dalla forza muscolare o dalla capacità di camminare.
«Il fulcro del progetto riabilitativo è il paziente. Tutte le professionalità devono orbitare intorno a lui. L’équipe viene composta e programmata sulla base delle sue reali necessità».
All’interno di Villa Dante è inoltre in fase di implementazione l’attività di riabilitazione cardiorespiratoria, che richiede un’organizzazione dedicata e personale adeguatamente formato.
«Per avviare questo tipo di percorso servono un setting assistenziale specifico e professionisti preparati: cardiologi, pneumologi, infermieri e fisioterapisti con competenze nella riabilitazione cardiologica e respiratoria».
Quali controlli possono aiutare a individuare precocemente i problemi?
«La prevenzione secondaria si realizza attraverso la visita specialistica e gli esami indicati in base alla situazione clinica. Per le problematiche osteoporotiche possiamo ricorrere agli esami radiografici, alla Moc e alle analisi del sangue; in presenza di disturbi neurologici possono essere necessarie risonanze magnetiche o Tac».
Il fisiatra, tuttavia, non si occupa soltanto di persone anziane o di pazienti reduci da un evento acuto. La valutazione può iniziare già nell’età evolutiva, in presenza di scoliosi, cifosi, alterazioni posturali, piede piatto o valgo e deviazioni delle ginocchia.
Un altro settore rilevante è quello sportivo.
«Seguiamo anche giovani e sportivi: podisti, calciatori, giocatori di pallacanestro o pallavolo. In questi casi il lavoro riguarda i traumi associati all’attività sportiva, ma anche la preparazione e la prevenzione degli infortuni, in collaborazione con fisioterapisti e professionisti dell’esercizio fisico».
Nel paziente anziano o affetto da patologie croniche, la personalizzazione diventa ancora più importante. Il programma deve tenere conto delle condizioni generali, delle comorbidità, del rischio di caduta, delle capacità cognitive e del contesto familiare.
Come stanno cambiando le tecnologie utilizzate in fisiatria?
«Negli ultimi anni abbiamo avuto una forte evoluzione degli elettromedicali. Apparecchiature considerate avanzate dieci o quindici anni fa sono state superate da sistemi più sofisticati, come laser, tecarterapia, ipertermia e altre tecnologie di nuova generazione.»
Una delle applicazioni più interessanti riguarda l’analisi del movimento. Attraverso la gait analysis, cioè lo studio strumentale del cammino, è possibile raccogliere dati sulla mobilità di pazienti colpiti da ictus, emorragie cerebrali o patologie neurologiche.
Pedane baropodometriche e sistemi per l’analisi del passo, dell’equilibrio e della coordinazione permettono di individuare le difficoltà funzionali e di modificare il programma riabilitativo sulla base dei risultati ottenuti.
«L’elaborazione dei dati, anche attraverso strumenti di intelligenza artificiale, può fornire indicazioni importanti al fisioterapista e al paziente. Può portarci anche a costruire un progetto riabilitativo differente in base alle risposte emerse dalle analisi».
La tecnologia, precisa De Ioannon, non sostituisce però il lavoro del professionista e deve essere introdotta con prudenza.
«Le potenzialità sono notevoli, ma non possiamo ancora dire di essere pienamente nel futuro. Molti sistemi devono essere ulteriormente sviluppati e resi più accessibili».
È il caso degli esoscheletri, dispositivi che possono aiutare pazienti paraplegici o con gravi compromissioni motorie a mantenere la posizione eretta e a compiere alcuni passi.
«Gli esoscheletri vengono già utilizzati e possono rimettere in piedi persone che non riescono più a camminare. Hanno però costi elevati e sono ancora in una fase di progressivo perfezionamento. In futuro potranno avere una diffusione molto maggiore».
Tra gli strumenti disponibili a Villa Dante c’è anche la piscina riabilitativa.
Quali vantaggi offre il lavoro in acqua?
«L’idrokinesiterapia è uno dei fiori all’occhiello delle strutture che dispongono di una piscina e di fisioterapisti specializzati nel trattamento in acqua di pazienti ortopedici e neurologici».
La spinta dell’acqua riduce il peso che grava sulle articolazioni e consente al paziente di compiere movimenti che in palestra o sul lettino risulterebbero più difficili e dolorosi.
«L’acqua è un ambiente ideale per la riabilitazione. È un po’ come stare sulla Luna: il carico si riduce e diventa possibile sperimentare movimenti e sensazioni che fuori dall’acqua sarebbero molto più difficili».
Un paziente immerso fino al collo, spiega il fisiatra, sostiene soltanto una parte limitata del proprio peso corporeo. Questo permette di lavorare precocemente sulla stazione eretta, sul cammino, sull’equilibrio e sul controllo motorio.
«Una persona con gravi difficoltà di carico può riuscire a camminare in acqua anche quando non è ancora in grado di farlo fuori. In molti casi questo accelera il percorso e aumenta la fiducia del paziente nelle proprie possibilità».
«L’acqua riduce il carico e permette di compiere movimenti che fuori sarebbero molto più difficili. Può velocizzare il percorso riabilitativo».
Accanto alla riabilitazione, il Gruppo INI ha sviluppato un servizio di ricovero temporaneo rivolto alle persone fragili o non autosufficienti e alle famiglie che le assistono.
In cosa consistono i ricoveri di sollievo?
«Sono pensati per le famiglie che assistono a domicilio un paziente con problematiche ortopediche o neurologiche. Pensiamo, ad esempio, a una persona che dopo un ictus torna a casa con una grave limitazione motoria o in condizioni di allettamento. L’assistenza richiesta può essere continua e non sempre la famiglia riesce a sostenerla da sola».
Le difficoltà possono aumentare durante il periodo estivo, quando la persona che abitualmente presta assistenza si assenta per le ferie. Il caregiver familiare rischia così di trovarsi improvvisamente senza un supporto adeguato.
«Si crea uno stress organizzativo, fisico e psicologico. Non sempre i familiari hanno le competenze o la possibilità di garantire un’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. Il ricovero di sollievo tutela il paziente, che resta sempre al centro del servizio, ma consente anche al caregiver di fermarsi, recuperare energie e prepararsi ad affrontare nuovamente l’assistenza domiciliare.»
Durante il soggiorno il paziente riceve assistenza infermieristica e sociosanitaria continuativa. Il periodo può inoltre essere utilizzato per eseguire controlli clinici, analisi, accertamenti radiologici, visite specialistiche e valutazioni nutrizionali o psicologiche.
«Portare più volte un paziente allettato in strutture diverse significa organizzare trasferimenti, spesso in ambulanza, con un notevole dispendio di tempo, energie e risorse economiche. Durante il ricovero possiamo concentrare gli accertamenti necessari e restituire alla famiglia un quadro complessivo delle sue condizioni».
Il beneficio, dunque, è duplice: da una parte la continuità assistenziale e il monitoraggio della persona fragile; dall’altra un sostegno concreto per chi se ne prende cura ogni giorno.
«Ci sono familiari che, detto in modo diretto, non ce la fanno più. Hanno bisogno di un periodo di riposo per rigenerarsi e poter continuare ad assistere il proprio caro per il resto dell’anno. Prendersi cura del caregiver significa anche proteggere il paziente».
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Stefano De Ioannon è medico specialista in Medicina fisica e riabilitativa. Svolge l’attività di fisiatra dal 2000 e da circa diciotto anni ricopre incarichi di responsabilità in unità riabilitative. Attualmente dirige l’Unità riabilitativa della Casa di cura Villa Dante del Gruppo INI, dove si occupa principalmente di riabilitazione ortopedica e neurologica e dell’implementazione dei percorsi cardiorespiratori.
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