
La legge elettorale è legge. La Camera ha approvato in via definitiva la riforma con 227 voti favorevoli e 164 contrari, al termine di uno scrutinio segreto che per tutta la mattinata di giovedì 8 ottobre aveva tenuto con il fiato sospeso maggioranza e opposizioni. La maggioranza ha retto e, subito dopo il risultato, dai banchi del centrodestra è partito un lungo applauso, con deputati che hanno esultato per il via libera definitivo. Il voto è arrivato dopo una mattinata ad alta tensione. L’aula era praticamente al completo, con ministri, viceministri e sottosegretari presenti in massa. Tra i banchi del governo Gianmarco Mazzi, Orazio Schillaci, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Eugenia Roccella, Carlo Nordio, Alessandro Giuli, Luca Ciriani, Gilberto Pichetto Fratin, Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida e Tommaso Foti. Presenti anche diversi viceministri e sottosegretari. Dall’altra parte, in aula c’erano i principali leader del campo largo eletti alla Camera: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
A pochi minuti dal voto, la tensione si è tradotta in una sorta di «militarizzazione» dell’emiciclo. Secondo quanto riportato da Askanews, alcuni «colonnelli» di Fratelli d’Italia si sono sistemati sugli scranni più alti dell’aula, mentre alcuni deputati di Forza Italia avrebbero inserito nelle pulsantiere cartoncini arrotolati, già posizionati sul «Sì». Una scena che racconta il clima del voto segreto, sul quale la maggioranza aveva concentrato particolare attenzione dopo le tensioni dei giorni precedenti. Il risultato finale, però, non ha riservato sorprese: 227 sì e 164 no. Prima del voto, Tajani aveva liquidato così l’ipotesi dei cosiddetti franchi tiratori: «Mai avuto paura di niente».
È soprattutto sul tema delle preferenze e della rappresentanza femminile che si concentra l’attacco del Partito democratico. Schlein, intervenendo in aula, ha contestato innanzitutto il meccanismo delle preferenze, sostenendo che la riforma manterrebbe un forte potere delle segreterie nella scelta degli eletti. «Avete bocciato gli emendamenti nostri unitari delle opposizioni per reintrodurre le preferenze per tutti, perché dovevate a tutti i costi reinserire i capilista bloccati», ha detto la segretaria dem. Poi l’affondo sulla parità di genere: «La cosa ancor più grave è che la prima presidente del Consiglio donna ha cancellato la parità di genere». E ancora: «Non ce ne facciamo nulla di una presidente donna che non si batta per tutte le altre donne di questo Paese». Schlein ha contestato anche l’innalzamento delle firme necessarie per le forze politiche che si presentano per la prima volta: «Avete alzato a dismisura il numero di firme richieste per chi si presenta per la prima volta da 40.000 a 372.000 firme, e avete impedito anche di raccogliere le firme digitali». La conclusione è stata netta: «Volete ridurre la democrazia alla scelta di un capo, ma la democrazia non è un assegno in bianco a chi vince il giorno delle elezioni».
Durissimo anche Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle ha definito le nuove preferenze «fasulle», sostenendo che «più dell’80 per cento dei componenti del prossimo Parlamento sarà deciso dalle segreterie di partito». Poi l’attacco diretto a Meloni: «La prima premier donna della storia che sbarra la strada alle altre donne». Secondo Conte, infatti, la possibilità di avere capilista tutti uomini avrebbe l’effetto di indebolire la rappresentanza femminile. Alle sue parole è seguito l’applauso dei deputati pentastellati, che si sono alzati in piedi. Anche Elena Bonetti, presidente di Azione, ha attaccato la riforma, sostenendo che «è la prima volta negli 80 anni della Repubblica che un diritto costituzionale garantito dalla legge viene cancellato». Bonetti ha accusato il governo di aver voluto «un Parlamento in cui le donne sono superflue» e ha annunciato che, in caso di ritorno al governo, le opposizioni restituiranno alle donne «tutto quello che questo governo» avrebbe loro sottratto. Dopo il voto, dai banchi dell’opposizione sono comparsi anche cartelli con le scritte «Legge truffa», «No all’imbroglio» e «Con Meloni - sanità + armi».
Lo scontro in aula ha avuto momenti particolarmente duri. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, ha replicato a Conte dopo un riferimento del leader M5s a una fotografia di Roberto Scarpinato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Caro presidente Conte, ha mostrato la foto di Scarpinato con Falcone e Borsellino. Beh, anche nei dipinti dell’Ultima cena Giuda è accanto a Gesù», ha detto Donzelli. Dopo il via libera, Meloni ha rivendicato la compattezza della maggioranza: «A chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini. Avanti così». La premier ha poi rivendicato il senso della riforma: «Quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e - di nuovo - il proprio parlamentare». Secondo la premier, il centrodestra «reintroduce il voto di preferenza» e introduce regole pensate per «favorire la stabilità e la coerenza parlamentare». Tra le novità rivendicate anche il voto fuori sede per studenti, lavoratori e caregiver familiari.
La riforma introduce un sistema proporzionale con premio di maggioranza, insieme a preferenze, capilista bloccati e indicazione del candidato premier. Il premio è fisso: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, per un totale di 105 parlamentari. Viene assegnato alla lista o alla coalizione vincitrice che abbia ottenuto almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere. Se la soglia non viene raggiunta anche soltanto in una delle due Camere, il premio non viene assegnato in nessuna delle due e tutti i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Non è previsto alcun ballottaggio. La riforma fissa inoltre un tetto massimo: 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Nel calcolo non rientrano gli eletti all’estero, che sono 8 deputati e 4 senatori.
È uno dei punti più contestati dall’opposizione. Nei collegi plurinominali le liste saranno composte da un capolista bloccato e sei candidati. Gli elettori potranno esprimere fino a tre preferenze attraverso le crocette. Il capolista, però, non viene scelto dagli elettori: entra in Parlamento secondo il meccanismo della lista bloccata. Per le liste che concorrono all’attribuzione del premio di maggioranza sono previste liste a livello circoscrizionale. In caso di coalizione, saranno comuni a tutte le forze coalizzate. La composizione del cosiddetto «listone», destinato a entrare in blocco in caso di vittoria del premio, sarà definita attraverso accordi interni alle coalizioni.
La riforma elimina l’alternanza di genere dei capilista prevista dal Rosatellum. Resta un ordine alternato tra uomini e donne nella composizione delle liste, ma non si tratta di una vera garanzia di parità: l’elezione avviene infatti sulla base delle preferenze, mentre il capolista resta bloccato. Nel complesso delle candidature presentate da ciascuna lista, inoltre, nessuno dei due generi potrà essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento. È proprio su questo punto che si è concentrata gran parte della protesta del Pd e delle altre opposizioni.
Resta una soglia del 10 per cento per le coalizioni di liste e del 3 per cento per le liste, singole o coalizzate. È previsto inoltre il ripescaggio, all’interno di ciascuna coalizione, della prima lista rimasta sotto la soglia. Il premier viene indicato nel programma, ma non sulla scheda Le forze politiche dovranno indicare nel programma elettorale nome e cognome della persona proposta per l’incarico di presidente del Consiglio. In caso di coalizione, il nome dovrà essere lo stesso per tutte le forze che ne fanno parte. Il nome del premier, però, non comparirà sulla scheda elettorale. La mancata indicazione del candidato premier comporterà l’inammissibilità della lista. Resta ferma la prerogativa costituzionale del presidente della Repubblica di conferire l’incarico di presidente del Consiglio.
È una delle strette più rilevanti. I partiti non presenti in Parlamento dovranno raccogliere 6mila firme in ogni collegio, per un totale di circa 450mila firme. Per le forze che hanno un gruppo o una componente in almeno una delle due Camere al momento della convocazione dei comizi resta invece l’obbligo di 1.500 firme per collegio. Sono esentati dalla raccolta i partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2025. Tra gli esempi indicati figurano Azione, Avs e Noi moderati. È stata inoltre cancellata la possibilità di raccogliere le sottoscrizioni in modalità digitale attraverso Spid o firma elettronica. Un emendamento presentato da Forza Italia per evitare la proliferazione delle piccole liste è stato invece cancellato al Senato, dopo i rilievi legati al rischio di incostituzionalità. Ai fini dell’attribuzione del premio vengono quindi conteggiati anche i voti delle liste che ottengono percentuali inferiori all’1 per cento.
Il candidato inserito nelle liste circoscrizionali per l’attribuzione del premio di governabilità dovrà essere capolista in almeno uno dei collegi plurinominali. Sono consentite le pluricandidature, fino a un massimo di cinque collegi. Le circoscrizioni estere vengono ridotte. Alla Camera passano da quattro a due: Europa e Americhe-Asia-Oceania-Antartide. Al Senato rimane invece una sola circoscrizione Estero. Non cambia il numero minimo di firme richieste per presentare le liste: almeno 500 firme per ciascuna delle ripartizioni previste. Sono esonerati dalla sottoscrizione i partiti costituiti in gruppo parlamentare, anche in una sola Camera, nella legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi. Esenzione anche per partiti e gruppi che alle precedenti elezioni abbiano presentato candidature con il proprio simbolo ottenendo almeno un seggio in una delle due Camere.
La riforma introduce infine il voto fuori sede per studenti e lavoratori temporaneamente domiciliati in una regione diversa da quella di iscrizione elettorale. Per votare nel Comune di domicilio occorre essere lì per almeno nove mesi. La richiesta va presentata entro il 31 dicembre dell’anno precedente alle elezioni. Chi matura il requisito successivamente può presentarla entro 30 giorni dalla maturazione e comunque non oltre il 45esimo giorno precedente al voto. Una disciplina specifica riguarda chi è lontano da casa per motivi di salute: in questo caso sono sufficienti tre mesi di permanenza per cure, terapia o assistenza sanitaria in un’altra regione, con domanda entro il 45esimo giorno precedente alle elezioni. Durante l’esame al Senato, il diritto è stato esteso anche ai caregiver familiari e ai genitori o familiari conviventi di minori sottoposti a cure lontano dalla propria residenza. La nuova legge prevede inoltre una disciplina specifica per il ridisegno dei collegi del Trentino-Alto Adige, con particolare riferimento ai collegi uninominali della provincia di Bolzano. Con il voto di oggi, dopo il terzo passaggio parlamentare e le modifiche introdotte dal Senato, la riforma entra definitivamente nell’ordinamento. La maggioranza festeggia, mentre Pd, M5s e le altre opposizioni annunciano battaglia contro un sistema che, secondo la lettura di Schlein e dei dem, lascia ancora troppo spazio alle scelte delle segreterie e riduce il peso della scelta diretta degli elettori.
La Capitale, il nuovo giornale online di Roma
La Capitale, è una testata giornalistica iscritta nel Registro Stampa del Tribunale di Roma il 25 luglio 2024, n. 100/2024
DIRETTORE RESPONSABILE
Stefano Quagliozzi