Roma, 7 ottobre 2026
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San Francesco e la cultura del fare: quando restaurare significa custodire il futuro

Nella ricorrenza degli 800 anni dalla morte del santo, una mostra organizzata da Confrestauro con il patrocinio del Comitato nazionale per l’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi

di Gianluca Dodero TEMPO DI LETTURA 3'
San Francesco e la cultura del fare: quando restaurare significa custodire il futuro

Dal 23 settembre al 2 ottobre, l’Atrio d’onore di Palazzo Piacentini, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha ospitato Le eccellenze italiane nel segno di Francesco: Rendere visibile l’invisibile, una mostra organizzata da Confrestauro con il patrocinio del Comitato nazionale per l’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi.

Non una semplice esposizione di opere e manufatti, ma un racconto del patrimonio italiano attraverso quattro verbi: riparare, lavorare, custodire, rendere visibile. Parole apparentemente semplici, ma che acquistano un significato particolare se accostate alla vicenda di Francesco.

Prima di predicare, Francesco si mise a riparare

C'è un episodio della vita del santo che sembra quasi parlare direttamente al mondo del restauro.

Francesco, davanti alla piccola chiesa di San Damiano, ascolta il Crocifisso che gli chiede di «riparare la sua casa». E lui comincia dalle pietre.

Si mette al lavoro. Recupera materiali, interviene sull'edificio, si sporca le mani.

È un'immagine potente perché racconta una forma di responsabilità molto concreta: davanti a qualcosa che rischia di andare perduto, non limitarsi a lamentarsi, ma cominciare a prendersene cura.

È proprio questo il filo che la mostra romana ha provato a seguire. Il restauro non soltanto come tecnica, ma come cultura della cura. Dietro un'opera restaurata, una vetrata, un tessuto, una scultura o un manufatto in pietra ci sono infatti competenze, persone, tempo, manualità e responsabilità.

Una prospettiva che riguarda molto da vicino l'identità italiana.

Il Made in Italy che non è soltanto prodotto

Nel percorso di Palazzo Piacentini, alcune eccellenze dell'artigianato e del restauro italiano hanno interpretato i quattro gesti francescani attraverso materiali e tecniche differenti.

Progetto Arte Poli ha messo in dialogo la riproduzione in vetro della Croce di San Damiano con la Croce della Speranza in bronzo del maestro Albano Poli. Rubelli ha accostato una canapa proveniente dal proprio archivio storico a un velluto, mettendo in relazione semplicità e preziosità. Dolci Colori ha raccontato il gesto del custodire attraverso terre e pigmenti naturali, mentre General Marmi e Tortuga Design hanno trasformato un masso erratico in una fonte battesimale.

Sono esempi diversi, ma accomunati da una stessa idea: l'eccellenza non nasce soltanto dall'innovazione, ma anche dalla capacità di non perdere ciò che si è imparato prima di noi.

È una concezione del Made in Italy che va oltre il prodotto finito. Comprende il gesto dell'artigiano, la conoscenza della materia, la trasmissione di un mestiere, la pazienza necessaria per restaurare ciò che il tempo ha consumato: una cultura che rischia di diventare invisibile proprio mentre continuiamo ad ammirarne i risultati.

Una lezione che resta dopo la mostra

La mostra di Palazzo Piacentini è terminata. Ma il suo tema rimane aperto.

Perché custodire il patrimonio non significa semplicemente conservare qualcosa che appartiene al passato. Significa assumersi la responsabilità di consegnarlo a chi verrà dopo di noi.

È la logica stessa del restauro: non cancellare i segni del tempo, ma permettere a qualcosa di continuare a vivere.

E forse è anche una delle ragioni per cui San Francesco continua a parlare, a ottocento anni dalla sua morte, a credenti e non credenti.

Davanti a una chiesa da riparare, a un'opera da restaurare, a un mestiere che rischia di scomparire o a un patrimonio che necessita di cura, la domanda non è soltanto quanto valga ciò che abbiamo davanti.

La domanda è se siamo disposti a rimboccarci le maniche per consegnarlo al futuro. Francesco, davanti alle pietre di San Damiano, cominciò da lì.

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