Roma, 8 aprile 2026
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Oltre la carità, la scommessa di Refugees Welcome per un’accoglienza alla pari

A Roma l'ente del Terzo settore promuove relazioni simmetriche e convivenze in famiglia, dimostrando che l'integrazione non è un atto di carità ma una pratica quotidiana di cittadinanza

di Anita ArmeniseULTIMO AGGIORNAMENTO 15 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Oltre la carità, la scommessa di Refugees Welcome per un’accoglienza alla pari

«Dobbiamo renderci conto che l’immigrazione non è un’emergenza, ma un’evidenza, qualcosa che accade da millenni». Inizia così la riflessione di Lucia Ciravolo, project manager di Refugees Welcome Italia, che smonta la retorica della crisi dei migranti che riguarda molte città italiane, tra cui Roma.

È un manifesto che ribalta la prospettiva con cui la Capitale, che come molte metropoli a volte è respingente, guarda a chi arriva da lontano. Non più l'attesa passiva di un intervento statale o il peso dell'assistenzialismo, ma un'attivazione diretta dei romani che decidono di trasformare l'accoglienza in una pratica di tutti i giorni.

Ed è proprio qui che l’ente del Terzo settore sta portando avanti una piccola rivoluzione culturale basata sul concetto di simmetria. Il nucleo dell'azione si divide tra il mentoring e l'accoglienza in famiglia, due percorsi che mirano a trasformare il migrante da oggetto di cura a soggetto attivo della propria vita, inserito in una rete di relazioni umane.

Refugees Welcome, come smontare la narrativa della carità

L'approccio di Refugees Welcome parte da una critica costruttiva al sistema attuale. Secondo Ciravolo, il programma di community matching, nato in collaborazione con l’UNHCR e promosso dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, è innovativo proprio perché scardina i vecchi modelli.

«È un programma che smonta completamente quelli che sono i normali criteri che si adottano nei confronti delle persone rifugiate e migranti, ovvero quello dell’assistenzialismo e della carità, ripristinando un rapporto simmetrico e alla pari tra comunità ospitante e persone rifugiate».

Lucia Ciravolo, project manager di Refugees Welcome Italia

Il mentoring non si limita ad un aiuto nei compiti o nella lingua, ma è più una scommessa sulla relazione. In una città come Roma, la marginalizzazione può essere un processo fisiologico. Chi arriva finisce per frequentare solo i propri connazionali, restando invisibile al resto del tessuto sociale.

Per contrastare questo isolamento, l’associazione crea dei "match di senso" tra rifugiati e cittadini volontari. Lucia spiega che queste coppie non nascono da un database, ma da un lavoro di analisi umana. I profili vengono studiati per produrre una scintilla, cercando di superare barriere che sono spesso culturali, ma anche meramente pratiche.

Un trampolino verso l'autonomia

E se il mentoring è la bussola, l'accoglienza in famiglia è il motore dell'autonomia. Francesca Debbas, coordinatrice dell'ente a Roma, sottolinea come questa pratica si sia evoluta da semplice ospitalità a vera e propria politica di inclusione.

Francesca Debbas, coordinatrice Refugees Welcome di Roma e Lazio

Dal gennaio 2026, il servizio "Famiglie Accoglienti" del comune di Roma vede l'associazione in prima linea per un progetto triennale che invita i romani ad aprire le porte di casa in modo totalmente gratuito, senza rimborsi, puntando tutto sul valore umano del gesto.

Debbas chiarisce che non si tratta solo di offrire un tetto, ma più uno spazio emotivo da condividere. Chi decide di ospitare lo fa per dare calore ed empatia, inserendo gradualmente una nuova persona nella propria vita e viceversa. «L’idea è quella di creare una rete affinché il rifugiato e il migrante arrivi e poi possa diventare indipendente e autonomo, è un trampolino di lancio e sicuramente a volte il salto è molto alto, però la presenza di una comunità che sostiene permette di poter fare questo salto avanti nella propria vita», racconta Francesca.

La barriera del pregiudizio

Ma il lavoro delle operatrici si scontra anche con la realtà di una città complessa, dove l'apprendimento della lingua è spesso bloccato proprio dalla mancanza di contatti con gli italiani. E la criticità maggiore riguarda il mercato degli affitti, dove i rifugiati incontrano muri spesso insormontabili. Ciravolo è netta su questo punto: «Registriamo una profonda barriera xenofoba ancora ad oggi nel settore dell’abitare». In questo contesto, il Mentor o il "Buddy" non è solo un amico, ma diventa una figura di mediazione. La sua presenza offre quella "garanzia morale" che spesso basta a rassicurare un proprietario dubbioso, permettendo al rifugiato di trovare una sistemazione dignitosa.

Oltre alla casa e alla burocrazia eccessivamente complessa, c'è il diritto al benessere psicologico. Lucia riflette su come anni di esperienza abbiano mostrato che i migranti vivano in uno stato di costante tensione, schiacciati dalle scadenze legali e dai debiti legati al viaggio. «Spesso le persone rifugiate e migranti non hanno spazi ricreativi, non sanno veramente cosa significa vivere la vita senza il pensiero di un debito migratorio o di un documento da rinnovare o da richiedere». Per questo l'associazione punta molto anche su attività ludiche. Momenti necessari per restituire una dimensione di normalità e gioia.

Con oltre 300 match già attivati e una rete che si sta espandendo la sfida di Refugees Welcome è quella di dimostrare che l'accoglienza non è un peso, ma un'opportunità di rigenerazione del tessuto urbano sociale.

Con l'obiettivo finale, conclude Debbas, di accompagnare queste persone verso un'indipendenza che sia frutto di relazioni umane solide, perché solo una comunità che si sostiene reciprocamente può dirsi davvero civile.

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