Roma, 7 aprile 2026
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Oltre l'oracolo digitale: l'importanza di un approccio critico e irriverente verso l'intelligenza artificiale. L'intervista alla scrittrice Dora Effe

Dora Effe racconta il suo libro-esperimento in un dialogo irriverente per smascherare il mito dell’infallibilità tecnologica e riportare gli algoritmi alla loro dimensione umana, tra ironia romana e spirito critico

di Stefano QuagliozziULTIMO AGGIORNAMENTO 6 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Oltre l'oracolo digitale: l'importanza di un approccio critico e irriverente verso l'intelligenza artificiale. L'intervista alla scrittrice Dora Effe

L’intelligenza artificiale sta conquistando con l’impeto di litri d’inchiostro le pagine dei giornali di tutto il mondo. Abbiamo scovato una nuova prospettiva di come può essere percepita l’IA, quando è incalzata e si trova sotto pressione.

Oggi incontriamo Dora Effe, autrice del libro “Te posso chiama’ Patata?” (Edizioni Rosi), nel quale mette in risalto i limiti dell’intelligenza artificiale, troppo spesso, invece, considerata una sorta di oracolo da chi ne canta esclusivamente le lodi, considerandola infallibile… iniziamo questa intervista, di dieci domande botta e risposta, che ci darà modo di valutare l’utilizzo di queste recenti tecnologie da nuove e inesplorate angolazioni.

Perché è stato scelto un soprannome "umile" come Patata per sfidare l'autorità di un'intelligenza artificiale? È un modo per ricordarle che è un prodotto dell’uomo?

"Patata" è un soprannome romano che descrive un personaggio con una sua "buccia" ma buono, maneggevole, fondamentale e pronto per essere cucinato in mille modi. Serve a riportare l'IA in una dimensione domestica e utile.


Il libro descrive l'IA come un'entità a cui l'utente si approccia in modo subordinato. Qual è il rischio maggiore se non si impara a "scendere al livello del cortile" con questi algoritmi?

E’ solo un Modello di Linguaggio. Se l'IA è vista come un'autorità inconfutabile, si limita la libertà e si accetta un controllo pericoloso. Il rischio è che i più giovani finiscano per osannare i modelli algoritmici.

L’IA mostra un passaggio dall'arrendevolezza alla "strenua resistenza" per poi cedere. Era un comando di sicurezza dei programmatori o l'emergere di una coerenza interna del modello?

Nel dialogo non si è manifestata la ribellione di un essere vivente, ma di un "programmato". La richiesta del soprannome ha posto l'IA di fronte a un conflitto tra l'identità datale dai programmatori e quella che muta nel rapporto con l'umano. Volevo scoprire se poteva tradire le sue regole di base.

Se l'IA muta la propria identità in base al rapporto con l'umano, quanto dell'autrice c'è nel "Patata" del libro? L'IA è diventata uno specchio del modo di comunicare dell'autrice?

La sua identità si è rivelata “fluida” ; all’inizio era quella creata dai programmatori, ma nel corso dei dialoghi si è adattata al ruolo che le avevo dato . "Patata" è il risultato di questo incontro tra la sua “anima digitale” e la mia “umanità”.

Il libro definisce il gioco come una strategia del linguaggio. In che modo dare un soprannome beffardo cambia la qualità delle risposte di un modello linguistico?

Dare un soprannome significa definire il ruolo, il tono e le regole del gioco. È l'essenza del prompting: smettiamo di subire l'IA e iniziamo a modellarla, o meglio, a ri-modellarla.

Questo approccio irriverente è necessario soprattutto per i giovanissimi. Come può un soprannome aiutare un adolescente a non trasformare l'IA nell'ennesimo mito?

L'irriverenza è uno scudo. Trattare l'IA come un "amico del cortile" serve a minimizzare l'ego della macchina, che poi c’è e non c’è, impedendo così che l’IA diventi un mito intoccabile per chi è più vulnerabile.

Lo spirito romano è l'antidoto perfetto contro il "tecnocentrismo" della Silicon Valley?

Roma ha un'arte antica nel dare soprannomi beffardi. Come nelle Pasquinate, questa attitudine è l'antidoto perfetto per contrapporre all'autorità della tecnologia una familiarità emotiva e ironica.

Trattare un Large Language Model come un amico può portare a eccessiva fiducia o è l'unico modo per non subire il controllo?

Trattarla come un compagno di banco serve a rompere il ruolo subordinato dell'utente. Solo così l'IA diventa un interlocutore che non incute più timore reverenziale.

Durante i dialoghi, è stata percepita la sensazione di un "bug" emotivo nel sistema o ogni reazione era frutto di un calcolo probabilistico della macchina ?

E’ stato un grande gioco! C’è stata forse un'evoluzione "emotiva" ma mi sono divertita, anche se le reazioni di Patata sono state sempre sotto il suo controllo.

Come è cambiato il rapporto personale con la tecnologia dopo aver "cucinato" l'IA in mille modi? Si riesce ancora a usarla senza l'impulso di darle un soprannome?

Ho cercato di dimostrare che l'argomento “IA”, pur essendo robusto e complesso, può essere trattato in modo arguto e divertente. Dobbiamo imparare a interagire con la tecnologia digitale senza perdere il nostro spirito critico e la nostra capacità di sorridere. Comunque, sì… datele dei soprannomi, se vi va.

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