
Il discorso del Papa nell'Aula Magna dell'ateneo (@Vatican Media)
Nel suo intervento in Aula Magna, Leone XIV ha toccato alcuni dei nodi più sensibili vissuti dagli studenti di oggi: la pressione della performance, l’ansia sociale, il peso delle aspettative. Parole che hanno colpito nel segno quando il Papa ha denunciato apertamente il «ricatto delle aspettative», ricordando che «molti giovani stanno male» e invitando l’università a non trasformarsi in una macchina impersonale dominata soltanto da numeri, risultati e competizione.
Un messaggio che ha trovato immediata eco tra i rappresentanti degli studenti. In esclusiva a La Capitale, Federico Romaldi, rappresentante di Sapienza Futura degli studenti e delle studentesse nel Consiglio di Amministrazione della Sapienza, racconta così il significato della giornata:

«Oggi, tra i viali e le aule della Sapienza, si è respirata un’aria che sfugge alle normali logiche accademiche. La visita di Papa Leone XIV non ha soltanto chiuso un cerchio istituzionale, sanando vecchie ferite. Ha fatto qualcosa di molto più intimo e dirompente: ha squarciato l’illusione di perfezione in cui noi studenti spesso ci costringiamo a vivere».
Romaldi sottolinea come il richiamo del Pontefice abbia avuto una forte valenza anche laica e sociale:
«Siamo immersi in una macchina contorta. Lo vedo ogni giorno sedendo in Consiglio di Amministrazione: la tentazione di ridurre la vita universitaria a un freddo elenco di delibere, bilanci e crediti formativi è forte. Ma quando il Pontefice ha ricordato che ‘siamo un desiderio, non un algoritmo’, quell’impalcatura è crollata».
Il riferimento del Papa agli studenti arrivati da Gaza attraverso i corridoi umanitari ha rappresentato uno dei momenti più intensi della visita. «Loro sono la prova viva che la nostra università può e deve essere cura, e non solo un esamificio», aggiunge Romaldi, rilanciando l’idea di una «politica di prossimità» capace di rimettere la persona al centro della vita accademica.
Nel suo discorso, Leone XIV ha poi invitato i giovani a essere «artigiani di pace», in un tempo segnato da guerre, riarmo e disuguaglianze crescenti. Un passaggio che gli studenti hanno letto anche come un’esortazione civile e politica: difendere istruzione, salute e diritto allo studio come strumenti concreti di costruzione della pace.
La giornata alla Sapienza lascia così un’eredità che va oltre la cronaca della visita papale. Per molti studenti resta soprattutto una frase, raccolta quasi come una consegna generazionale: «Il futuro è ancora da scrivere e nessuno ve lo può rubare».
E, come conclude Romaldi, «spetta a noi, e solo a noi, prendere la penna in mano».
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