
Ospedale Sandro Pertini (Immagine di repertorio)
Una donna che brandiva alcune bottiglie rotte è stata bloccata dalle guardie giurate nelle immediate vicinanze del pronto soccorso dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. L’episodio si è verificato intorno alle 20 di giovedì 2 luglio.
Secondo la ricostruzione diffusa dal SAV, il Sindacato Autonomo Vigilanza, la donna è stata notata da una guardia particolare giurata nell’area esterna del pronto soccorso mentre impugnava i cocci delle bottiglie.
L’operatore, valutato il potenziale pericolo per pazienti, personale sanitario e altre persone presenti, ha immediatamente chiesto l’intervento dei colleghi in servizio nel presidio.
La donna avrebbe mantenuto un comportamento fortemente aggressivo e non collaborativo. Le guardie giurate sono riuscite a contenerla e immobilizzarla, evitando conseguenze più gravi, per poi affidarla alle forze dell’ordine intervenute sul posto. In questa occasione non risultano persone ferite.
Il nuovo episodio arriva mentre il SAV aveva già avviato una richiesta di confronto con la Regione Lazio sulla sicurezza nei presidi ospedalieri. Il terzo caso segnalato al Pertini in poco più di un mese, secondo il sindacato, rende ancora più urgente l’apertura di un tavolo tecnico.
Il 29 giugno, soltanto tre giorni prima, una guardia giurata era rimasta ferita durante l’intervento per contenere un uomo nell’area radiologia. Dopo essere stato visitato, il paziente avrebbe rivolto insulti e minacce di morte al personale, colpendo ripetutamente con pugni e testate una porta a vetri e provocando il panico nella sala d’attesa.
L’addetto alla vigilanza, intervenuto in ausilio ai carabinieri, aveva riportato una prognosi di quattro giorni. Il 28 maggio, invece, un uomo aveva aggredito un infermiere e le guardie giurate intervenute nell’area del triage. Già dopo quel caso il SAV aveva chiesto di rafforzare il personale e le dotazioni di sicurezza del pronto soccorso.
Il sindacato chiede alla Regione Lazio di convocare un tavolo tecnico con le aziende sanitarie, le direzioni ospedaliere, le società di vigilanza e gli altri soggetti coinvolti nella gestione della sicurezza.
Tra le richieste figura innanzitutto il rafforzamento degli organici, con almeno due guardie stabilmente presenti nelle aree e nelle fasce orarie considerate più esposte.
Il SAV sollecita inoltre l’introduzione di body-cam, giubbotti antitaglio e ulteriori dispositivi di protezione, insieme a una formazione specifica per riconoscere e contenere le situazioni di aggressività.
Il confronto dovrebbe riguardare anche le procedure operative, i tempi di intervento dei rinforzi, il coordinamento con le forze dell’ordine e la registrazione degli episodi che vengono bloccati prima di trasformarsi in aggressioni fisiche.
Marco Porfidia, rappresentante del SAV, sottolinea infatti che le situazioni critiche sarebbero più numerose rispetto ai soli casi che provocano feriti o finiscono nelle denunce pubbliche.
«Molti episodi vengono fermati prima dell’aggressione», spiega Porfidia, segnalando una crescita delle criticità soprattutto nel periodo estivo. Anche i tentativi, le minacce e le situazioni di forte agitazione, secondo il sindacato, dovrebbero essere censiti per valutare correttamente il rischio presente nei singoli ospedali.
Il SAV richiama inoltre la necessità di una presa in carico adeguata delle persone che arrivano al pronto soccorso in condizioni di forte agitazione o con fragilità legate alla salute mentale e alle dipendenze. Per il sindacato, questi casi richiedono maggiore assistenza e procedure capaci di tutelare contemporaneamente il paziente, gli operatori sanitari, gli addetti alla vigilanza e gli altri utenti.
Secondo quanto riferito da Porfidia, nel Lazio l’affidamento dei servizi di vigilanza sanitaria viene gestito attraverso una procedura centralizzata a livello regionale, mentre in altri territori le scelte vengono demandate alle singole aziende sanitarie.
Per questa ragione il SAV considera la Regione l’interlocutore necessario per rivedere i criteri utilizzati nei capitolati, definire standard adeguati e differenziare la presenza delle guardie sulla base del rischio effettivo dei diversi presidi.
Il sindacato chiede che il dimensionamento dei servizi non venga stabilito soltanto attraverso parametri economici, ma tenga conto del numero degli accessi, delle fasce orarie più problematiche, della presenza di servizi particolarmente esposti e della frequenza degli episodi violenti.
Il Pertini, sostiene Porfidia, presenta caratteristiche che richiedono una valutazione specifica e un rafforzamento della risposta di sicurezza.
La richiesta si inserisce nel quadro della Raccomandazione n. 8 del Ministero della Salute, che considera pronto soccorso e luoghi di attesa tra le aree maggiormente esposte e comprende espressamente anche gli addetti alla vigilanza tra gli operatori da tutelare.
Il documento invita le strutture sanitarie a valutare il rischio concreto e ad adottare misure organizzative, tecnologiche e formative, tra cui il coordinamento con le forze dell’ordine, sistemi di allarme, videosorveglianza, body-cam e preparazione specifica del personale di sicurezza.
Per il SAV, le indicazioni ministeriali devono ora tradursi in misure calibrate sui singoli ospedali e in un coordinamento regionale che garantisca personale e strumenti proporzionati alle criticità.
«Le aggressioni negli ospedali rappresentano un problema sociale serio e in costante aumento, che richiede un approccio strutturato, multifunzionale e basato su evidenze concrete», afferma il sindacato. «Occorrono tutele reali per chi garantisce la sicurezza nei presidi sanitari ad alto rischio».
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