
Il contesto incide sulle condizioni di vita dei bambini e degli adolescenti? Secondo il rapporto Save the Children «I luoghi che contano- che analizza la situazione nelle periferie delle 14 città metropolitane italiane - la risposta è affermativa. A Roma oltre 30mila minori vivono nelle aree urbane considerate più vulnerabili della città. Qui si registrano livelli di povertà, dispersione scolastica e inattività giovanile superiori alla media cittadina.
Nella Capitale i bambini e gli adolescenti residenti nelle 32 «Aree di disagio socioeconomico urbano« (Adu, ndr) individuate dall’Istat sono 30.045, pari al 7,1% degli under 18 romani. Nelle zone più fragili il 37,2% delle famiglie vive in povertà relativa, contro il 20,9% della media cittadina.
Le periferie romane più vulnerabili registrano anche una maggiore presenza di giovani rispetto alla media comunale. A Lunghezza-Colle del Sole, nel VI municipio, gli under 18 rappresentano il 20,7% dei residenti, la quota più alta tra le aree urbane più popolose analizzate dal rapporto. Alla Borghesiana si concentra, invece, la percentuale maggiore di bambini sotto l’anno di età. Sul piano educativo emergono forti disuguaglianze. Nelle aree fragili il 10,8% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato gli studi o ripetuto l’anno scolastico, contro il 5,3% della media cittadina. Il dato più alto si registra ancora a Lunghezza-Colle del Sole, dove si arriva al 13,4%.
Anche il rischio di dispersione scolastica implicita- studenti che completano il percorso senza competenze adeguate - cresce sensibilmente: riguarda il 17,2% degli alunni delle scuole medie nelle aree vulnerabili, contro il 9,6% della media romana. In una porzione di Primavalle, nel XIV municipio, il dato raggiunge il 30,2%. Le difficoltà proseguono anche dopo la scuola. Nelle periferie vulnerabili il 31% dei giovani tra 15 e 29 anni non studia e non lavora, contro il 20% registrato nel resto della città. La situazione più critica emerge a Ostia Ponente, dove i «Neet» arrivano al 33,4%. Sul fronte economico, il valore più elevato di povertà relativa si registra nell’area attorno alla stazione Termini, dove il 41,4% delle famiglie vive in condizioni di disagio.
Il rapporto evidenzia una situazione diffusa in tutto il Paese. Nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane un minore su dieci vive nelle 158 aree di disagio socioeconomico urbano censite dall’Istat. In totale si tratta di circa 142mila bambini e adolescenti. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi il 73,5% dei minori che vivono nelle aree più vulnerabili. Nelle periferie delle città metropolitane il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa, oltre 17 punti percentuali in più rispetto alla media dei comuni capoluogo. Le situazioni più gravi si registrano a Palermo, dove la povertà colpisce il 63,8% delle famiglie delle aree fragili, e a Napoli, con il 60,1%. Anche dal punto di vista scolastico il divario appare netto: nelle aree vulnerabili il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato gli studi o ripetuto l’anno, una quota doppia rispetto alla media urbana nazionale del 7,6%.
La ricerca di Save the Children è stata divulgata alla vigilia di «Impossibile 2026», la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, in programma giovedì 21 maggio a Roma, a partire dalle 9 all’Acquario Romano. Un appuntamento con esperti del settore e rappresentanti istituzionali a cui parteciperà anche il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.
Come ricorda l'organizzazione, 142mila bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città, dove spesso sono costretti a confrontarsi con gravi disuguaglianze socioeconomiche e territoriali. «Per questo abbiamo voluto dedicare "Impossibile" al tema delle periferie», ha dichiarato Daniela Fatarella, Direttrice generale di Save the Children. «È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro», ha precisato.
«Non sono più rinviabili interventi strutturali capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano ingiustamente le opportunità dei minori e di contrastare la povertà educativa. Serve una strategia nazionale di rigenerazione urbana, dotata di risorse certe, che guardi ai territori con una “lente generazionale’" mettendo in rete realtà diverse e interventi complementari e valorizzi il potenziale dei giovani e delle comunità locali», ha aggiunto Fatarella
La ricerca raccoglie anche le richieste avanzate dagli adolescenti che vivono nelle periferie. Tra le priorità indicate ci sono maggiore pulizia e decoro urbano, trasporti pubblici più efficienti, illuminazione, sicurezza e nuovi spazi di aggregazione. I ragazzi chiedono soprattutto luoghi dove incontrarsi e svolgere attività sportive, musicali e culturali. Oltre la metà degli studenti delle aree vulnerabili indica come priorità servizi migliori per la raccolta dei rifiuti, mentre circa un terzo reclama più spazi dedicati ai giovani. Molti adolescenti denunciano inoltre il peso dello stigma sociale legato al quartiere di provenienza: quasi la metà ritiene che la propria zona venga giudicata negativamente dall’esterno.
Per contrastare le disuguaglianze territoriali, per Save the Children serve una strategia nazionale di rigenerazione urbana con investimenti strutturali nei quartieri più fragili. L'Organizzazione ha lanciato anche una petizione a sostegno di una proposta legislativa che preveda l’istituzione di presìdi socio-educativi nelle aree più vulnerabili delle città: spazi pubblici accessibili, sicuri e accoglienti, attivi tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare da protagonisti, contribuendo anche alla programmazione e realizzazione di attività culturali, sportive, artistiche e ricreative e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Questi spazi, nelle intenzioni di Save the Children dovrebbero inserirsi in una logica di collaborazione tra istituzioni, scuole, Terzo Settore, associazioni e comunità locali, attraverso l’attivazione di Patti Educativi di Comunità.
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