
Sit-in a Roma dei sindacati per la casa
«Non è questo il "Piano Casa" che serve all’Italia». Una protesta che arriva da Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini, organizzazioni nazionali che rappresentano inquilini e conduttori, che scendono in piazza esprimendo una valutazione fortemente critica sul provvedimento legato alla conversione del decreto legge di maggio 2026, recante disposizioni urgenti per il Piano Casa.
Le sigle richiamano il passaggio parlamentare del testo, approvato dalla Camera dei deputati il 23 giugno con voto di fiducia e poi arrivato al Senato per la conversione definitiva entro il 6 luglio. Secondo le organizzazioni, il provvedimento non sarebbe adeguato ad affrontare la crisi abitativa che interessa una parte crescente del Paese.
«Un provvedimento sbagliato e insufficiente».
Stefano Chiappelli di Sunia, Fabrizio Esposito di Sicet, Pietro Pellegrini di Uniat e Silvia Paoluzzi di Unione Inquilini (rappresentanti delle rispettive organizzazioni) sottolineano come il Piano Casa non consenta un rilancio efficace delle politiche abitative:
«Non potrà consentire un rilancio delle politiche abitative coerente con il fabbisogno abitativo effettivo e più grave del Paese».
La critica principale riguarda l’impianto complessivo della misura. Le organizzazioni ricordano di aver già segnalato, anche durante un’audizione alla Commissione Ambiente della Camera, che il Piano non garantirebbe in modo pieno il diritto alla casa e affiderebbe in larga parte al mercato la risposta al disagio abitativo.
Uno dei punti centrali sollevati riguarda le risorse economiche. Secondo i sindacati, i 970 milioni di euro previsti in cinque anni sarebbero insufficienti per recuperare i 60 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica oggi sfitti o inagibili.
Un documento congiunto firmato dalle diverse sigle sindacali mette questo dato in rapporto con una domanda abitativa più ampia: le organizzazioni parlano di 100 mila alloggi realmente necessari e di 350 mila famiglie iscritte nelle graduatorie nazionali in attesa di una casa popolare:
«I 970 milioni di euro stanziati in cinque anni sono del tutto insufficienti».
La questione riguarda quindi il patrimonio pubblico esistente e la capacità di renderlo disponibile in tempi utili per le famiglie con redditi più bassi o in difficoltà abitativa.
Tra i vari elementi problematici, vi è la possibile vendita del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, che rischierebbe di ridurre la disponibilità di case popolari per le famiglie meno abbienti.
Un altro tema, è il cambio di destinazione d’uso degli immobili. La norma, secondo Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini, consentirebbe senza limiti adeguati la trasformazione delle vecchie case popolari recuperate, aprendo la strada a operazioni speculative e a processi di privatizzazione del patrimonio pubblico.
Infine, le sigle richiamano il tema dei canoni. La paura è che - come già avvenuto con precedenti piani di housing sociale - l’edilizia integrata prevista dalla legge potrebbe produrre un’offerta a prezzi ritenuti troppo vicini a quelli di mercato con «canoni non accessibili».
Il Piano Casa è fisiologicamente relato alla questione degli sfratti. Il disegno di legge presentato dal Governo, secondo le organizzazioni renderebbe più rapida la procedura di esecuzione senza fornire ai Comuni strumenti adeguati per gestire l’emergenza o sostenere le famiglie in difficoltà.
La valutazione politica dei sindacati è netta:
«Il Piano Casa è stato accolto favorevolmente dai fondi d’investimento immobiliari e dai costruttori edili. Non dalle famiglie italiane che aspettano una risposta seria al caro affitti, agli sfratti, alla mancanza di abitazioni accessibili».
chiedono quindi una strategia più ampia, con risorse adeguate e una riforma del mercato abitativo con l'accento sul riconoscimento dell’abitare come livello essenziale delle prestazioni sociali e chiedono un intervento pubblico nazionale più forte:
«Il diritto alla casa richiede una strategia complessiva, risorse adeguate e riforme coraggiose».
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