
Derrick Cross, 1985 © Robert Mapplethorpe Foundation
Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026 il Museo dell’Ara Pacis ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, retrospettiva dedicata a uno dei maestri della fotografia del Novecento.
L’esposizione riunisce oltre 200 fotografie e propone un percorso costruito intorno all’idea di bellezza come perfezione formale, equilibrio compositivo e rigore dello sguardo. Per la tappa romana è previsto anche un nucleo di opere inedite, legato al rapporto tra Mapplethorpe e l’Italia.
La mostra, curata da Denis Curti, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Marsilio Arte. È organizzata da Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.
Il percorso espositivo è diviso in otto sezioni e attraversa alcuni dei nuclei più riconoscibili della produzione di Robert Mapplethorpe, nato a New York nel 1946 e morto nel 1989.
Le sue immagini indagano il corpo umano, i volti, le nature morte e i fiori con la stessa attenzione alla luce, alle geometrie e alla composizione. Il progetto romano arriva dopo le tappe di Venezia, alle Stanze della Fotografia, e di Milano, a Palazzo Reale, come capitolo conclusivo di un più ampio itinerario espositivo.
In mostra sono presenti i ritratti di figure del mondo dell’arte, della letteratura, della musica e del cinema, tra cui Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne e Richard Gere. Ampio spazio è dedicato anche agli autoritratti, alle muse Patti Smith e Lisa Lyon, ai fiori e agli scatti dedicati ai corpi maschili e femminili.
Il dialogo con l’antico è rafforzato dalla presenza di due sculture classiche conservate ai Musei Capitolini: la Statua di Afrodite, databile tra la seconda metà del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., e la Statua di atleta, del I secolo d.C. da un originale greco del V secolo a.C.
La mostra dell’Ara Pacis si distingue per una selezione di contenuti inediti scelti appositamente per Roma. Si tratta di scatti realizzati da Mapplethorpe durante i suoi soggiorni in Italia, tra Capri e Napoli, su invito del gallerista Lucio Amelio.
Dopo il terremoto che colpì Napoli nel 1980, Amelio coinvolse numerosi artisti nel progetto Terrae Motus, nato con l’obiettivo di trasformare la catastrofe del sisma in energia creativa. Mapplethorpe partecipò all’iniziativa insieme a oltre sessanta artisti, tra cui Warhol, Cragg, Cucchi, Fabro, Kiefer, Kounellis, Paolini, Pistoletto, Rauschenberg, Schifano, Schnabel, Twombly e Vedova.
Gli scatti italiani restituiscono un legame meno documentato con il Paese e sono stati selezionati per creare un confronto diretto con il Museo dell’Ara Pacis, in un dialogo tra fotografia contemporanea, statuaria classica e memoria archeologica.
Per l’assessore alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio, la mostra è «un’opportunità rara e al tempo stesso necessaria».
Smeriglio definisce Mapplethorpe «un artista della rappresentazione fotografica quasi scultorea, tendente allo spasimo alla perfezione, un classicista nelle forme catturate dal suo obiettivo» e sottolinea il valore della tappa romana, dove «ci saranno degli inediti e ci sarà modo, cosa che accade raramente, per scandagliare il rapporto tra Mapplethorpe e il nostro Paese».
Secondo l’assessore, l’esposizione è necessaria anche perché l’artista si è confrontato con «le grandi questioni della libertà di parola e di espressione soprattutto nella New York di fine anni Ottanta». In un contesto come quello attuale, aggiunge Smeriglio, «la sua fotografia e il rapporto con il free speech, anche senza essere d’accordo, attiva il nostro pensiero critico e ci apre nuove riflessioni».
Il curatore Denis Curti insiste sul superamento della lettura più legata alla provocazione. «C’è un grande malinteso che accompagna da sempre il lavoro di Robert Mapplethorpe: quello di considerarlo un fotografo della provocazione, un artista dello scandalo legato alla New York underground degli anni ’70 e ’80», afferma.
Per Curti, al centro del lavoro dell’artista resta invece il classicismo: «Mapplethorpe non cercava lo scandalo fine a sé stesso; cercava la perfezione della forma». Il curatore lega questa ricerca all’«ossessione per l’equilibrio, per la simmetria, per la luce zenitale e per il rigore compositivo che affonda le radici nella scultura rinascimentale».
Da qui la forza del suo linguaggio: «Mapplethorpe non ha voluto scioccare il mondo, ha voluto elevare il corpo umano — ogni corpo — a una dimensione sacra e monumentale».
La mostra è accompagnata da diversi strumenti di approfondimento e accessibilità. Sono previsti un’audio guida a cura di Denis Curti, il podcast Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario e disponibile su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme, e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte.
Il volume ricostruisce la produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.
Sono inoltre previsti strumenti per rendere il percorso accessibile a diversi pubblici: visite integrate, tattili e con traduzione in LIS, percorsi audio tattili e video LIS sottotitolati. Le attività sono realizzate grazie alla collaborazione con Rai Pubblica Utilità, il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, il Dipartimento Politiche sociali e Salute - Direzione Servizi alla Persona di Roma Capitale e la Cooperativa Segni d’Integrazione Lazio.
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