«Mi giro, ma non c’era nessuno dietro. Mi sono subito insospettita. Lui si è piazzato vicinissimo a me e ho capito troppo tardi il perché».
Inizia con questi istanti il racconto a La Capitale di Marika, 24 anni.
Un autobus stracolmo di gente in un caldo pomeriggio romano. Marika Farella, 24enne pugliese che studia nella Capitale, sta rientrando a casa dopo le sue ore di tirocinio al tribunale per i minorenni di Roma. Sono le 18.50 quando, a piazza Venezia – dove arriva con il 62 e dopo un tratto di strada condiviso con una collega – è in attesa dell’87, il bus che deve avvicinarla al quartiere San Lorenzo, dove vive da studentessa fuori sede.
Un tragitto di routine, che però si trasforma in un incubo. Marika sale sull’autobus, già affollatissimo, e cerca di sistemarsi accanto al finestrino, in piedi. Ma dietro di lei un uomo inizia a spingere, urlando che la gente deve scorrere.
L’uomo tiene un borsone nero con il pollice, mentre con le altre dita, sfruttando proprio la copertura dello zaino, le tocca le parti intime sotto la giacca.
«Ero vestita da tribunale, avevo una giacca lunga a metà coscia. Ho sentito la sua mano su di me. Lì, davanti a tutti».
Marika reagisce all’istante, urla, lo affronta. Ma la risposta dei presenti è agghiacciante.
«Nessuno ha detto nulla. Nessuno ha fatto nulla. Nessun uomo, nessuna donna. Solo due ragazze mi hanno detto “vieni più qua”, come se dovessi essere io a spostarmi, non lui a scendere. Ero sconvolta».
La scena prosegue nel silenzio più assordante, chi ha le cuffie continua a ignorare, chi è seduto distoglie lo sguardo.
«Mi sono sentita sola. Umiliata due volte: da lui e da tutti gli altri».
Disperata Marika chiama il 112. Gli agenti la seguono passo passo al telefono. Le chiedono se può far fermare l’autobus. Lei urla, ma nessuno tra i passeggeri si alza. Nessuno va dall’autista, che è una donna:
«Nemmeno chi era a mezzo metro dall'autista ha mosso un dito».
L’uomo resta imperturbabile, addirittura ironico: quando Marika non ricorda il nome della fermata, è lui stesso a suggerirlo: «Imperiali».
Alla fermata successiva l'uomo scende. Non fugge, cammina con calma. Un signore con un bambino prova a bloccarlo, ma viene spinto e si trova costretto a proteggere il figlio. Nessuno interviene. Marika, intanto, registra un video del molestatore.
L’autista, interpellata, risponde freddamente: «Non posso fermare l’autobus, intralcerei il servizio pubblico». Quando Marika prova a fotografare la targa, viene rimproverata: «Non può fare foto». Ma lo scatto lo fa comunque. Alla fermata successiva trova due agenti della guardia di finanza.
«Mi sono sentita finalmente al sicuro. Avevo paura che potesse seguirmi o avvicinarsi ancora».
Marika è all’ultimo anno di psicologia giuridica. Sta scrivendo una tesi proprio sulla violenza di genere, in collaborazione con la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio.
«È paradossale e terribile insieme. Mai avrei pensato di vivere sulla mia pelle ciò che studio da anni».
La polizia, intervenuta con due pattuglie, ha visionato i video e le ha assicurato che, grazie alle telecamere presenti nella zona e alla foto della targa del bus, sarà possibile identificare l’autore.
«Mi hanno detto: “Purtroppo succede spesso”. Ecco, è questo il punto. Non deve essere normale. Mai».
Alla fine Marika torna a casa a piedi, accompagnata dal suo fidanzato.
«Lui si è sentito in colpa, era sconvolto. Ha detto che non riesce a capire come sia possibile che nessuno sia intervenuto».
Ma Marika, pur provata, non si arrende:
«Quell’uomo ha toccato la persona sbagliata. Non perché io sia speciale, ma perché ho la voce e gli strumenti per denunciare. Ma non tutte ce la fanno. Ecco perché bisogna reagire, aiutare, parlare».
La denuncia di Marika è ora nelle mani della polizia. Le indagini sono in corso. Il suo appello resta un monito:
«Se vedi qualcosa, fai qualcosa. Il silenzio non è neutralità. È complicità».
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