
Una Fenice può nascere anche dentro un carcere. E può accadere che, dopo essere stata costruita lì, trovi il modo di uscire dalle sue mura e attraversare Roma.
È la storia di BENU, il progetto artistico di Eugenio Tibaldi nato all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia e oggi protagonista della mostra ospitata dalla Fondazione Pastificio Cerere, in via degli Ausoni.
Promossa dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, l’esposizione è curata da Marcello Smarrelli e sarà aperta al pubblico fino al 28 novembre.
Ma BENU non è semplicemente la storia di un'opera d'arte. È soprattutto la storia di un processo. Un percorso durato oltre due anni, nel quale le donne detenute non sono state spettatrici di un progetto pensato altrove, ma hanno partecipato alla sua costruzione, mettendo in gioco disegni, idee, parole e capacità.
«BENU rappresenta bene quello che intendiamo quando parliamo di rieducazione e reinserimento: non soltanto acquisire competenze, ma costruire relazioni, fiducia nelle proprie capacità e un rapporto con la comunità esterna. Vedere BENU uscire da Rebibbia e arrivare al Pastificio Cerere è stata un’emozione forte, perché dietro quest’opera ci sono persone, tempo, relazioni e un percorso costruito insieme per oltre due anni. Non è soltanto un progetto artistico: è la storia di quello che può accadere quando alle persone detenute viene data la possibilità di esprimersi, di mettere in gioco le proprie capacità e di sentirsi parte di qualcosa che continua anche oltre il carcere».
A raccontarlo a La Capitale è Eleonora Di Benedetto, vicepresidente della Fondazione Severino, che ha seguito le diverse fasi del progetto. E proprio nella partecipazione delle donne di Rebibbia sta uno degli elementi più caratterizzanti di BENU.

«La cosa che mi ha colpito di più di BENU è che non è un progetto calato dall’esterno. Le donne di Rebibbia non sono state semplicemente coinvolte in un laboratorio: hanno contribuito a costruire il progetto insieme all’artista. I loro disegni, le loro idee, le loro parole sono entrati nel processo creativo e hanno contribuito alla forma finale dell’opera. È proprio questo tipo di partecipazione che cerchiamo di generare quando lavoriamo in carcere».
Il simbolo scelto da Tibaldi è quello della Fenice, creatura legata nell'antico Egitto al dio Ra e poi diventata, attraverso i secoli, immagine universale di rinascita. A Rebibbia, però, quella rinascita assume una dimensione concreta: le due sculture luminose permanenti continuano a vivere grazie all'energia prodotta dalle stesse donne detenute che hanno partecipato al progetto.
L'opera era stata inaugurata nel 2025, in occasione del Giubileo, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
E adesso la Fenice è arrivata anche nello spazio pubblico della città.
«La fenice, simbolo di rinascita, qui diventa qualcosa di molto concreto. Le sculture luminose realizzate a Rebibbia continuano a vivere grazie all’energia prodotta dalle donne detenute e oggi la loro immagine è arrivata anche nello spazio pubblico della città, attraverso le affissioni di APA. È un passaggio importante: un’opera nata dentro il carcere esce dai suoi confini, attraversa Roma e incontra una comunità molto più ampia».
La mostra, infatti, non si limita agli spazi del Pastificio Cerere. Grazie al sostegno di APA – Agenzia Pubblicità Affissioni, una campagna di affissioni cartacee e digitali porta in diversi luoghi di Roma le immagini realizzate da Tibaldi, accompagnate da una poesia composta da una delle detenute durante il percorso laboratoriale.
Dentro il Pastificio Cerere, invece, BENU diventa una sorta di mappa del percorso compiuto: dagli elaborati delle donne di Rebibbia ai dipinti di Tibaldi, fino a una grande installazione realizzata con gli studenti e le studentesse della Masterclass della RUFA, composta da oltre mille Fenici, tutte differenti. Ci sono poi una bandiera nata dal progetto, fotografie, tatuaggi, il prototipo della scultura luminosa e un video realizzato dall'artista insieme a Lorenzo Morandi.
È il segno di un'opera che non si è fermata alla sua prima destinazione, ma ha continuato a produrre incontri, immagini e nuove relazioni.
«La cosa più bella è vedere come BENU abbia continuato a generare nuove relazioni e nuovi significati. È nato a Rebibbia, ma non è rimasto lì: oggi coinvolge l’artista, le donne che hanno partecipato al progetto, gli studenti, chi visita la mostra e, attraverso le immagini della Fenice nello spazio urbano, anche chi semplicemente attraversa Roma. Mi piacerebbe che questa mostra lasciasse soprattutto una domanda: che cosa può nascere quando scegliamo di vedere una persona oltre il luogo in cui si trova?»
Forse è proprio questa la traiettoria di BENU: una Fenice nata in un luogo di reclusione che oggi si offre allo sguardo della città. A dimostrazione che un'opera può continuare a vivere molto oltre il luogo in cui è stata creata.
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