
C'è una svolta nell’inchiesta giudiziaria italiana sui fatti della Global Sumud Flotilla. La procura di Roma ha deciso di alzare il tiro, inserendo l’ipotesi di reato di tortura nel fascicolo d’indagine aperto a seguito degli esposti presentati dai 36 attivisti e parlamentari italiani coinvolti nella missione dello scorso ottobre.
L’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e affidata al pm Stefano Opilio, si muove attualmente contro ignoti. L'aggravarsi del quadro si aggiunge a reati già ipotizzati in precedenza, come il sequestro di persona, la rapina e il danneggiamento con pericolo di naufragio.
Al centro dell’inchiesta ci sono i concitati momenti vissuti dai partecipanti alla missione umanitaria in prossimità della costa di Gaza. Secondo quanto riferito dai testimoni ascoltati nei mesi scorsi dagli inquirenti, la navigazione sarebbe stata segnata da attacchi condotti tramite droni, seguiti dall'abbordaggio violento da parte delle forze israeliane.
Gli attivisti hanno denunciato non solo le modalità del fermo in mare, ma anche il successivo trattamento subito durante il periodo di detenzione e trattenimento, fino al momento del rimpatrio forzato in Italia. Sono proprio questi racconti ad aver spinto i magistrati di piazzale Clodio a ipotizzare il reato di tortura.
Il prossimo passo della magistratura capitolina sarà di natura diplomatica e procedurale. Gli inquirenti sono infatti pronti a inoltrare una richiesta di rogatoria alle autorità di Israele. L'obiettivo è ottenere chiarimenti ufficiali e identificare i responsabili delle operazioni che hanno portato al fermo degli italiani. Resta da vedere quale sarà l'accoglienza della richiesta da parte di Tel Aviv, in un clima di tensione internazionale che non accenna a placarsi.
«L'indagine punta a fare luce non solo sull'abbordaggio, ma sulla legittimità dei metodi utilizzati durante il trattenimento dei cittadini italiani».
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