
I primi dubbi pubblici sulla ricostruzione dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini furono sollevati da Oriana Fallaci. A pochi giorni dal ritrovamento del corpo del poeta e regista all’Idroscalo di Ostia, la giornalista e scrittrice mise in discussione la versione secondo cui il delitto sarebbe stato commesso dal solo Giuseppe Pelosi, allora diciassettenne. Lo fece con un articolo pubblicato il 14 novembre 1975 sul settimanale «L’Europeo», dal titolo «Pasolini ucciso da due motociclisti?». Un intervento che torna oggi di particolare attualità, nel giorno in cui ricorre il 51esimo anniversario dell’uccisione di Pasolini e la Procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo d’indagine per fare luce sulle circostanze del delitto. La nuova iniziativa giudiziaria riporta al centro dell’attenzione anche le testimonianze e le ricostruzioni alternative emerse già nelle settimane successive alla morte dell’intellettuale.
Nel suo articolo, Fallaci riferiva quanto raccontato da alcuni testimoni che vivevano nelle baracche vicine al luogo dell’omicidio. Secondo queste persone, Pasolini non sarebbe stato aggredito soltanto da Pelosi, ma anche da altri due giovani, descritti come conosciuti negli ambienti della droga e arrivati in motocicletta. La ricostruzione parlava di una violenta colluttazione durata circa mezz’ora all’interno di una baracca. I tre avrebbero colpito lo scrittore con tavolette di legno e catene, mentre lui cercava di difendersi. A un certo punto, secondo il racconto riportato dalla giornalista, Pasolini sarebbe riuscito a uscire dalla baracca e a correre verso la propria automobile. I due presunti complici lo avrebbero raggiunto, passando due volte con il veicolo sopra il suo corpo, mentre Pelosi sarebbe rimasto indietro. Si trattava di una versione basata sulle testimonianze raccolte sul posto e che, già allora, metteva in discussione la ricostruzione dell’aggressione attribuita a un solo responsabile.
Fallaci si soffermava anche su alcuni aspetti che, a suo giudizio, non tornavano nella versione ufficiale. Si chiedeva come un uomo robusto e sportivo come Pasolini potesse essere stato sopraffatto da un ragazzo di 17 anni, ritenuto meno forte di lui. Evidenziava inoltre l’assenza sul corpo di Pelosi di segni riconducibili a una colluttazione e si interrogava sul ruolo dell’anello perso durante l’aggressione. «Oppure l’anello è stato gettato lì di proposito?», si domandava la giornalista, sollevando interrogativi su possibili reticenze e depistaggi. L’articolo ebbe un seguito la settimana successiva, quando «L’Europeo» pubblicò una contro-inchiesta realizzata da Fallaci insieme ai giornalisti Paolo Berti, Duilio Pallottelli e Gian Carlo Mazzini. Un lavoro che contribuì a mantenere aperto il dibattito sulle circostanze della morte di Pasolini e sulle eventuali responsabilità di altre persone. A distanza di oltre mezzo secolo, quelle domande tornano a essere attuali. La nuova indagine della Procura di Roma, nata da un esposto presentato dall’avvocato Stefano Maccioni e basata, secondo quanto riferito dal legale, su nuovi elementi raccolti dalla difesa, riporta l’attenzione su uno dei delitti più controversi della storia italiana. Il fascicolo è stato affidato alla sostituta procuratrice Silvia Santucci dopo un esposto presentato dal légale. Maccioni ha riferito che l’istanza, depositata nel novembre 2025 e integrata nel maggio 2026, si basa su nuovi elementi. Saranno ora gli accertamenti degli inquirenti a verificare se vi siano elementi utili per chiarire ulteriormente quanto accadde all’Idroscalo nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975.
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