Roma, 10 ottobre 2026
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Scuola e integrazione, Iside Castagnola: “Non basta stare nella stessa classe. Dobbiamo imparare a interagire.”

Dalle differenze tra i quartieri di Roma ai modelli educativi che coinvolgono scuole, famiglie e associazioni. La Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Roma Capitale invita a superare il concetto tradizionale di integrazione e propone una rete territoriale più stabile, capace di sostenere tutti i bambini e contrastare le disuguaglianze

di Redazione La Capitale TEMPO DI LETTURA 2'
Scuola e integrazione, Iside Castagnola: “Non basta stare nella stessa classe. Dobbiamo imparare a interagire.”

Il dibattito sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi e sull’ipotesi di stabilire un tetto è tornato al centro dell’attenzione. Ma che cosa significa oggi davvero integrazione nella scuola?

Credo che dobbiamo partire proprio da questa parola: integrazione. Integrare non significa semplicemente distribuire gli alunni stranieri nelle classi. Significa creare le condizioni perché bambini e ragazzi possano conoscersi, confrontarsi e crescere insieme. Per questo, forse, dovremmo fare un passo ulteriore: passare dall’integrazione all’interazione.
A Roma abbiamo esperienze di cui essere orgogliosi e che possono aiutarci a capire concretamente che cosa questo significhi.

Partiamo allora dalla realtà romana. Quali differenze emergono tra i territori e quali sono le principali difficoltà che le scuole devono affrontare?

La presenza di bambini e ragazzi con cittadinanza straniera non è distribuita nello stesso modo nei diversi territori.
I dati di Roma Capitale mostrano differenze significative tra i Municipi. Nelle scuole dell’infanzia comunali, ad esempio, nell’anno scolastico 2023/24 gli alunni stranieri rappresentavano il 16,05% degli iscritti, con una presenza particolarmente rilevante nel Municipio V. Questo ci dice una cosa importante: non possiamo pensare a un’unica ricetta per tutta Roma. Ci sono territori nei quali la scuola deve affrontare una maggiore concentrazione di fragilità sociali, linguistiche ed economiche e altri nei quali il fenomeno assume caratteristiche diverse.
La vera criticità che emerge incontrando le scuole non è la presenza del bambino straniero in sé. È la mancanza di strumenti sufficienti per accompagnare l’inserimento, soprattutto quando il bambino non parla italiano o quando anche la famiglia ha difficoltà a comprendere il funzionamento dei servizi e della scuola. Ed è qui che ritorniamo al principio da cui siamo partiti: a scuola nessun bambino è straniero.
Se un territorio presenta una maggiore concentrazione di fragilità, non dobbiamo spostare il problema altrove: dobbiamo rafforzare quel territorio. Roma Capitale ha già sperimentato interventi di mediazione linguistica e culturale rivolti agli alunni provenienti da contesti migratori, proprio con l’obiettivo di facilitare l’apprendimento dell’italiano, il rapporto con le famiglie e la partecipazione al percorso educativo. La sfida, oggi, è trasformare questi interventi in una politica stabile e strutturale di integrazione.
E soprattutto dobbiamo ricordare che integrazione non significa soltanto occuparsi dei ragazzi stranieri. A Roma significa anche contrastare la povertà educativa e le disuguaglianze economiche che colpiscono tanti bambini italiani e stranieri. È questo, secondo me, il vero terreno sul quale dobbiamo misurarci.

Lei cita spesso alcune esperienze romane nelle quali l’integrazione diventa interazione. Quali considera particolarmente significative?

Penso, per esempio, alla Scuola Di Donato, dove si è sviluppato proprio questo modello: non soltanto bambini di provenienze diverse che frequentano la stessa scuola, ma famiglie che diventano parte della comunità educativa.
Genitori di culture e provenienze diverse condividono esperienze, lingue e tradizioni, trasformando la scuola in un luogo di incontro che continua anche oltre l’orario scolastico.
È una scuola che non chiede a nessuno di rinunciare alle proprie radici, ma insegna che le radici possono incontrarsi.
Penso anche al Celio Azzurro, un centro interculturale dedicato all’infanzia, capace di trasformare la complessità del tessuto sociale in una straordinaria esperienza educativa, nella quale bambini e famiglie provenienti da Paesi e culture diverse crescono insieme, imparando a conoscersi fin dall’infanzia.
Io penso che così debbano crescere i nostri figli: saldi nelle proprie radici, ma aperti al mondo.

Ma l’integrazione non avviene soltanto a scuola. A Roma esistono anche centri nei quali ragazzi di provenienze e condizioni sociali diverse condividono attività ed esperienze. Quanto sono importanti questi luoghi?

È un aspetto fondamentale. Penso a MaTeMù, all’Esquilino, uno spazio completamente gratuito, aperto ai giovani dai 10 ai 25 anni, dove arte, musica, teatro, studio e socialità diventano strumenti di incontro e crescita.
Un’altra esperienza importante è DesTEENazione – Desideri in azione, il nuovo centro inaugurato nell’aprile 2026 da Roma Capitale all’interno del complesso Casa Vittoria, in via Quirino Majorana 139. È uno spazio dedicato ai ragazzi dagli 11 ai 21 anni e alle loro famiglie, nato nell’ambito del Programma nazionale Inclusione 2021–2027 e sviluppato attraverso la collaborazione con una rete di 16 organizzazioni del terzo settore.
Il centro offre attività culturali, artistiche e formative, occasioni di socializzazione e servizi di sostegno, con il supporto di educatori, psicologi e operatori sociali. L’obiettivo è accompagnare gli adolescenti nella crescita, prevenire situazioni di disagio e favorire la partecipazione alla vita della comunità.
Questo è importante perché l’inclusione non può dipendere dalle possibilità economiche di una famiglia.
Luoghi come questi dimostrano che l’interazione nasce quando si offre ai ragazzi qualcosa da fare insieme. Non si chiede loro semplicemente di convivere nello stesso spazio: si creano esperienze, interessi e obiettivi comuni. Ed è attraverso queste esperienze che le differenze possono diventare una ricchezza.

Accanto alle singole esperienze, Roma Capitale sta sviluppando interventi più strutturati. Il progetto “Rimuovere gli ostacoli”, finanziato nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus 2021-2027, coinvolge 58 istituti comprensivi e 4 Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti. È questa la direzione nella quale bisogna investire?

Il progetto è rivolto all’inclusione scolastica degli alunni con background migratorio e delle loro famiglie.
È un intervento che si inserisce in un quadro più ampio, nel quale trovano spazio la mediazione linguistico-culturale, l’insegnamento dell’italiano L2, il sostegno didattico e l’accompagnamento delle famiglie.
Se il modello funziona, dovrebbe diventare strutturale ed essere progressivamente esteso ad altre scuole.
Il punto è garantire continuità agli interventi, evitando che servizi fondamentali dipendano esclusivamente da finanziamenti limitati nel tempo.
Le esigenze, inoltre, non sono uguali nei diversi Municipi. Una scuola di una periferia con una forte presenza di famiglie migranti può avere bisogni molto diversi da una scuola del centro.
Infine, la mediazione non deve essere soltanto linguistica. Tradurre non basta. Serve anche una mediazione educativa e culturale, soprattutto quando le famiglie incontrano difficoltà nel rapporto con la scuola o nell’accesso ai servizi.

Roma dispone anche di altri strumenti, dalla Mappa della Città Educante a Scuole Aperte e ai Patti Educativi di Comunità. Come trasformare queste esperienze in una rete capace di raggiungere tutti i territori?

Roma ha già avviato esperienze importanti che vanno proprio nella direzione di una comunità educante, nella quale la scuola non è un luogo isolato, ma dialoga con le famiglie, le associazioni e il territorio.
La Mappa della Città Educante, nell'edizione 2025/26, raccoglie 294 progetti gratuiti promossi con il coinvolgimento di 32 istituzioni culturali, sociali e sanitarie della città. Si tratta di laboratori, visite guidate, incontri, spettacoli e percorsi formativi che permettono agli studenti di accedere a opportunità educative e culturali anche al di fuori della normale attività didattica.
Con Scuole Aperte, invece, gli istituti possono rimanere attivi anche nel pomeriggio, la sera e nei fine settimana, ospitando attività educative, culturali e di aggregazione. Per il biennio scolastico 2025/26–2026/27 Roma Capitale ha previsto finanziamenti di 17.000 euro annui per ciascuna scuola selezionata, con un investimento complessivo di oltre 2,5 milioni di euro l'anno. È un modo per trasformare le scuole in punti di riferimento per i quartieri e offrire opportunità anche ai bambini e ai ragazzi che non possono permettersi attività private.
I Patti Educativi di Comunità rappresentano un ulteriore passo: sono accordi di collaborazione attraverso i quali scuole, istituzioni, associazioni e altri soggetti del territorio possono mettere insieme risorse e competenze per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica. Nel Municipio X, per esempio, sono stati sottoscritti sei Patti territoriali che interessano diverse aree, da Acilia a Ostia, fino all'Infernetto.

C’è poi un tema di uguaglianza che riguarda la vita quotidiana dei bambini. Lei racconta spesso un episodio nato dall’ascolto di una mamma.

Una mamma mi ha detto: “Sa, la mia bambina torna a casa e mi chiede la maglietta firmata dall’amichetta. Perché non fate mettere alla primaria una maglietta, un grembiule uguale per tutti? Da grandi avranno modo e tempo di essere liberi di vestirsi come vogliono e come possono”.
Mi è sembrata una riflessione molto bella. Perché la scuola deve essere anche un luogo nel quale le differenze economiche e sociali non diventano disuguaglianze tra bambini.
È anche una testimonianza del mio ascolto sul territorio. A volte sono proprio i bambini e i genitori a portarci questioni apparentemente semplici che aprono riflessioni molto più profonde.
Il grembiule può rappresentare un simbolo di uguaglianza e appartenenza, ma la questione è più ampia: dobbiamo chiederci come evitare che le differenze economiche diventino motivo di esclusione.

Quanto conta intervenire già nei primissimi anni di vita scolastica? E quanto incidono anche la qualità e la sicurezza degli spazi?

Moltissimo. E qui condivido una riflessione che il pedagogista Daniele Novara ha portato spesso all’attenzione pubblica: rendere realmente universale e obbligatoria la scuola dell’infanzia sarebbe una delle più importanti politiche di investimento sul futuro.
La vera azione per l’integrazione comincia molto presto. Prima ancora della scuola primaria, quando i bambini imparano a stare insieme, a riconoscere l’altro, a condividere regole e spazi.
Investire nei primi anni significa investire nel benessere dei bambini e, in prospettiva, nel benessere dell’intero Paese.
Ma una buona scuola passa anche dalla qualità degli ambienti. La Giunta Gualtieri e i consiglieri delegati di Roma Città Metropolitana stanno affrontando la ristrutturazione di centinaia di scuole. Sarà un percorso lungo e impegnativo, ma è un investimento fondamentale.
Prendersi cura delle scuole significa prendersi cura dei bambini. Non soltanto attraverso programmi educativi e insegnanti, ma anche attraverso luoghi sicuri, belli, accessibili e capaci di trasmettere ai ragazzi il senso di appartenenza alla comunità.

Lei svolge da molti anni attività di volontariato nelle scuole. C’è un incontro che le ha fatto comprendere quanto sia importante per un ragazzo sentirsi parte della comunità nella quale cresce?

Ce n’è uno che non ho mai dimenticato. In uno degli incontri organizzati con associazioni di volontariato, una ragazza di sedici anni, parlandomi anche in romanesco, mi disse: “Perché io, che so’ nata in Italia, non sono italiana? È un’ingiustizia!”. Quella frase mi è rimasta dentro.
Perché credo che dobbiamo riuscire a trasformare quel senso di ingiustizia nel senso e nell’orgoglio di appartenere a una comunità. Questi ragazzi sono cresciuti nelle nostre scuole, parlano la nostra lingua, condividono con i nostri figli esperienze, sogni e quotidianità. È tempo di affrontare con coraggio anche il tema della cittadinanza.
Credo che i tempi siano maturi per una nuova legge sulla cittadinanza, capace di riconoscere la realtà di tanti bambini e ragazzi che sono nati e cresciuti in Italia. Non dovrebbe essere una contrapposizione tra “noi” e “loro”. Dovremmo riuscire a costruire un “noi” più grande. Perché l’integrazione, alla fine, non è soltanto una questione di numeri nelle classi. È la capacità di una comunità di dire a ogni bambino: tu sei parte di questa storia, e questa storia appartiene anche a te.

Guardando al futuro, quali interventi concreti ritiene necessari per rendere l’integrazione scolastica una politica stabile e non una somma di progetti isolati?

La Giunta Gualtieri, con il lavoro dell’assessora alla Scuola Claudia Pratelli, ha avviato un importante percorso per mettere a sistema interventi e servizi che coinvolgono migliaia di bambini, ragazzi e famiglie.
È un lavoro complesso, che richiede un coordinamento costante tra scuole, Municipi, servizi sociali e realtà del territorio, anche a fronte di risorse umane spesso limitate. Progetti come Rimuovere gli ostacoli e le altre iniziative che abbiamo ricordato testimoniano l’impegno nel costruire una rete educativa sempre più integrata, capace di rispondere alle esigenze dei diversi territori.
La priorità è proseguire questo lavoro, rafforzando il monitoraggio e la raccolta dei dati, per individuare tempestivamente le situazioni di difficoltà e garantire a ogni bambino e ragazzo, italiano o straniero, il diritto all’istruzione.
Come Garante, considero fondamentale valorizzare le esperienze positive e mantenere alta l’attenzione sulle situazioni nelle quali i diritti dei minori rischiano di non essere pienamente tutelati.
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