
Quasi il 90% dei romani si dichiara favorevole a una legge italiana che impedisca l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Il 73,8% colloca l’autonomia digitale non prima dei 16 anni e, per quasi la totalità, i problemi vanno ritrovati nell’esposizione a contenuti inappropriati e difficoltà nella concentrazione.
Questi sono alcuni dei risultati che emergono nettamente dal primo sondaggio di “Roma, che dici?”, l’Osservatorio permanente de La Capitale, in collaborazione con Troisi Ricerche, sull’opinione dei romani, dedicato al rapporto tra minori e social network.
A seguito dell'approvazione in Francia di una legge che vieterà l'accesso ai social media ai minori di 15 anni, l'argomento torna ai auge anche in Italia, dove il consenso alla proibizione raggiunge livelli molto elevati e quasi vicini alla totalità assoluta degli intervistati.
Secondo quanto emerso dal sondaggio non è però solo la legge a dover intervenire, quanto un lavoro corale svolto da istituzioni, genitori e scuole a tutela dei minori. Se stabilire un limite viene infatti considerato necessario, senza controlli credibili il divieto rischierebbe di rimanere soltanto sulla carta.

La distanza tra principio e applicazione emerge quando agli intervistati viene chiesto quanto una legge del genere riuscirebbe davvero a tenere i più giovani lontani dai social.
A considerarla molto o abbastanza efficace è il 60,9% del campione, quasi 29 punti in meno rispetto a chi si dichiara favorevole alla sua introduzione. Il 34,8% pensa invece che il divieto sarebbe poco o per nulla efficace.
I cittadini, insomma, chiedono una legge, ma la consapevolezza che account, controlli anagrafici e autorizzazioni possano essere aggirati richiede uno sforzo maggiore affinché si decida un criterio per capire chi deve effettuare le verifiche e con quali strumenti.

In merito alla scelta di imporre un'età di partenza dopo la quale poter iniziare a usare i social, la risposta dei romani è netta e "supera" la posizione francese: il 43% degli intervistati considera infatti i 16 anni l’età più appropriata per utilizzare autonomamente i social network. Quasi un intervistato su tre, il 30,8%, aspetterebbe invece la maggiore età.

Nel complesso, il 73,8% ritiene quindi che la piena autonomia digitale non debba iniziare prima dei 16 anni.
Il dato segna una distinzione tra la capacità di utilizzare tecnicamente uno smartphone e quella di gestire i rischi collegati alla presenza online: reputazione, contenuti inappropriati, pressione sociale e funzionamento degli algoritmi.
La preoccupazione attraversa tutta la ricerca. Il 78% degli intervistati attribuisce ai social un effetto prevalentemente negativo sulla crescita di bambini e ragazzi.
L’esposizione a contenuti inappropriati viene associata all’uso intenso dei social dal 95,3% del campione, il cyberbullismo dal 94,1% e le difficoltà di concentrazione dal 93,2%.

Il giudizio più severo riguarda le piattaforme social. L’83,9% degli intervistati ritiene che gli operatori facciano troppo poco o nulla per proteggere i minori. Soltanto il 7,2% considera sufficiente il loro intervento.
La richiesta che emerge è quella di superare l’autoregolazione e rendere la tutela dei più giovani un obbligo effettivo. A ciò quindi si aggiunge la responsabilità che andrebbe presa da famiglie e istituzioni.
Alla domanda su chi debba controllare l’età degli utenti, il 36% indica una responsabilità condivisa. Seguono le piattaforme, con il 30,2%, i genitori, con il 25,7%, e lo Stato, con l’8,1%.
La responsabilità nel divieto dovrebbe quindi essere condivisa e coinvolgere tutti gli attori in ballo: dalle aziende tecnologiche alle famiglie e le autorità pubbliche.

Come provare a rendere effettivo questo divieto? Per il 72,1% degli intervistati basterebbe utilizzare documenti d’identità o SPID, anche se la risposta prevalente è quella di chi accetterebbe il controllo con qualche riserva.
Allo stesso tempo, il 59,5% si dice molto o abbastanza preoccupato per i rischi legati alla privacy. Il consenso ai controlli, dunque, non equivale a una disponibilità incondizionata a consegnare i propri documenti alle piattaforme.

Al di là del divieto, le due misure considerate più utili sono quasi appaiate. Il 32,6% degli intervistati indica una verifica dell’età obbligatoria e affidabile, mentre il 29,2% sceglie l’educazione digitale nelle scuole.
Seguono regole più severe sugli algoritmi delle piattaforme, indicate dal 18,2%, maggiori strumenti e responsabilità per i genitori, con il 14,1%, e limiti agli orari di utilizzo, con il 5,9%.
La protezione dei minori, secondo il campione, dovrebbe quindi muoversi su due binari: controlli tecnici capaci di rendere credibile il limite di età e formazione per aiutare ragazzi e famiglie a utilizzare gli strumenti digitali in modo più consapevole.

A fare da sfondo alla ricerca è il provvedimento approvato in Francia. Il Parlamento francese ha adottato definitivamente il testo il 21 luglio 2026, introducendo il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni e prevedendo sistemi di verifica dell’età. La legge è stata però sottoposta al Conseil constitutionnel dopo il ricorso presentato il 23 luglio.
Il 59,4% degli intervistati vorrebbe che l’Italia seguisse immediatamente la stessa strada. Un altro 31,4% è favorevole a un intervento nazionale, ma con regole differenti o introdotte più gradualmente. Complessivamente, il fronte favorevole raggiunge il 90,8%.
Il confronto, almeno tra le persone coinvolte nel sondaggio, non sembra quindi riguardare più la necessità di intervenire. La questione è come costruire una legge che non sia soltanto simbolica: una soglia chiara, controlli applicabili, garanzie per la privacy, educazione digitale e responsabilità effettive per le piattaforme.

La Capitale, il nuovo giornale online di Roma
La Capitale, è una testata giornalistica iscritta nel Registro Stampa del Tribunale di Roma il 25 luglio 2024, n. 100/2024
DIRETTORE RESPONSABILE
Stefano Quagliozzi