
Stipendi bassi, difficoltà a risparmiare e poco tempo libero. Sono alcuni elementi che emergono dal rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale presentato oggi a Roma all’accademia nazionale di San Luca, in centro storico. La tendenza al job hopping e i timori per l’intelligenza artificiale sono altri aspetti rilevati dallo studio.
Secondo il rapporto «A ognuno il suo welfare aziendale: la sfida praticabile. Il punto di vista di lavoratori e aziende», il 57,7 per cento degli occupati nelle aziende con oltre 50 dipendenti ritiene la propria retribuzione non adeguata al lavoro svolto. Se il 36,1 per cento si dichiara soddisfatto, per la maggior parte dei dipendenti (oltre il 55 per cento) la busta paga non consente di risparmiare a fronte del il 35 per cento che riesce, invece, a farlo.
In questo quadro, a causare il job hopping sarebbe proprio il malcontento economico: cambiare più volte azienda è considerato dal 32,5 per cento degli occupati più efficace per ottenere retribuzioni più alte mentre il 38 per cento non è d’accordo con questa affermazione. Ma su questo aspetto c’è un gran numero di indecisi: il 29,5 per cento non ha ancora maturato un’opinione in merito.
Avere più tempo per se stessi dovrebbe essere un diritto di tutti: lo pensa quasi il 90 per cento degli intervistati. Inoltre nello studio - realizzato con il contributo di Campari, Credem, Edison e Michelin - emerge una nuova tendenza: il 71,3 per cento dei dipendenti ritiene che esistano le condizioni tecnologiche ed economiche per ridurre il tempo dedicato al lavoro, ad esempio attraverso la «settimana corta». Un’idea, quella di ridurre i giorni di lavoro a quattro, soprattutto dei giovani tra i 18 e i 34 anni (82,8 per cento) che si sta facendo largo anche tra i lavoratori più grandi d’età (il 72,9 dei 35-49enni e il 64 per cento degli over 50).
Anche il diritto alla disconnessione, su cui è stata depositata una proposta di legge in Parlamento, è un tema emerso nella ricerca. Ricevere e-mail, messaggi o telefonate fuori dall’orario di lavoro genera ansia nel 45,8 per cento degli occupati. Non risponde fuori orario il 57,7 per cento dei giovani, il 47,5 per cento dei 35-49enni e il 33,7 per cento degli over 50.
Ancora per molte persone il lavoro è visto esclusivamente come fonte di reddito. La pensa così quasi il 65 per cento dei dipendenti intervistati. Se per un terzo dei lavoratori il desiderio di progredire nella carriera è centrale, non è una priorità per più della metà. Per il 44,7 per cento il lavoro è più un obbligo che una passione mentre il 42,7 per cento non condivide questa affermazione.
Il lavoro può anche portare malesseri. Quasi il 70 per cento dei dipendenti dichiara di aver sofferto di forme di «fatigue» con stanchezza fisica, emotiva e cognitiva. Il 54 per cento ha sofferto almeno una volta di ergofobia, paura del lavoro o dell’ambiente lavorativo. Il 21,7 per cento h provato la «sindrome dell’impostore», arrivando a dubitare delle proprie competenze e del proprio valore o pensando di non meritare successi e traguardi raggiunti.
L'altro aspetto analizzato nella ricerca è il rapporto con l'intelligenza artificiale: il 36,7 per cento degli occupati utilizza i nuovi strumenti tecnologici nel proprio lavoro. Ma la maggioranza (quasi il 60 per cento) non ne usufruisce. Inoltre il 42,6 per cento teme che l’intelligenza artificiale possa sostituirlo, mentre il 55,3 per cento ritiene che i dirigenti dell'azienda in cui lavora ripongano maggiore fiducia nelle nuove tecnologie che nei dipendenti.
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