Roma, 4 novembre 2026
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Trapianti di fegato, studio internazionale del Gemelli: sopravvivenza all’80% a cinque anni. «Conta l’esperienza del centro»

La ricerca, pubblicata su «The Lancet Regional Health», ha coinvolto 5.218 pazienti in 61 centri di tutto il mondo. Elaborato anche un calcolatore gratuito per stimare il rischio dopo l’intervento

di Redazione La Capitale TEMPO DI LETTURA 2'
Trapianti di fegato, studio internazionale del Gemelli: sopravvivenza all’80% a cinque anni. «Conta l’esperienza del centro»

La sopravvivenza dopo un trapianto di fegato dipende soprattutto dalle condizioni cliniche del paziente e dall’esperienza del centro in cui viene eseguito l’intervento, più che dalle caratteristiche dell’organo donato. È il risultato principale di «Improvement», il primo grande studio internazionale progettato per analizzare in modo bilanciato i diversi fattori che influenzano il successo del trapianto epatico. La ricerca è stata coordinata dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, con il professor Alfonso Avolio, associato di Chirurgia generale all’Università Cattolica e responsabile dell’Unità operativa semplice Gestione territoriale dei trapianti di fegato del Gemelli. Finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito della ricerca finalizzata, lo studio ha coinvolto 5.218 pazienti in 61 centri tra Europa, Asia, Americhe e Oceania. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica «The Lancet Regional Health».

Sopravvivenza fino all’80% a cinque anni

I dati raccolti indicano una sopravvivenza del 93% a 90 giorni dall’intervento, del 90% a un anno e dell’80% a cinque anni. Tra i fattori di rischio più rilevanti emergono soprattutto le condizioni del ricevente: età, malattia coronarica, insufficienza epatica avanzata, necessità di supporto ventilatorio prima dell’operazione, trombosi complessa della vena porta e steatosi epatica metabolica (Masld). Incidono anche le trasfusioni e un periodo di conservazione a freddo dell’organo superiore alle sei ore. Le caratteristiche del donatore, invece, hanno un peso inferiore rispetto a quanto ipotizzato. Un elemento significativo riguarda l’esperienza della struttura sanitaria. Operare in un centro ad alto volume, con oltre 65 trapianti all’anno, risulta associato a una riduzione significativa della mortalità e delle complicanze. «Non si tratta di dividere gli ospedali in migliori e peggiori», chiarisce il professor Ugo Boggi, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica e direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia generale e Trapianti del Gemelli. «Il rischio del singolo paziente si riduce quando il trapianto è inserito in un sistema esperto», con équipe abituate a gestire casi complessi e servizi specialistici disponibili in ogni momento.

Un calcolatore gratuito per stimare i rischi

Dallo studio è nato anche uno strumento online gratuito che consente di stimare il rischio di mortalità a 90 giorni, a uno e a due anni dal trapianto. Il calcolatore è disponibile sul sito Improvement Study⁠. Inserendo alcuni dati clinici, lo strumento restituisce una valutazione personalizzata che tiene conto delle condizioni del ricevente, delle caratteristiche dell’organo e del contesto in cui viene eseguito l’intervento. «Non è una sfera di cristallo né uno strumento per decidere chi trapiantare», spiega Avolio. Si tratta di un supporto alla valutazione degli specialisti, utile a individuare in anticipo i pazienti più vulnerabili e a intervenire sui fattori modificabili.

Prevenzione e lavoro multidisciplinare

Per il professor Sergio Alfieri, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica e direttore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche, il risultato della ricerca indica l’importanza di intervenire sui fattori di rischio prima e durante l’operazione. Ridurre i tempi di ischemia, preparare adeguatamente il paziente e utilizzare le macchine di perfusione richiede un lavoro multidisciplinare che può contribuire ad ampliare in sicurezza l’accesso ai trapianti. Il direttore scientifico del Gemelli, Antonio Gasbarrini, sottolinea invece il valore di una ricerca indipendente, finanziata con fondi pubblici e coordinata dall’Italia, capace di coinvolgere decine di centri internazionali e produrre uno strumento gratuito a disposizione dei clinici. La presenza della malattia metabolica tra i fattori di rischio, aggiunge, richiama l’attenzione sull’importanza della prevenzione e della cura delle patologie epatiche. Per Alessandro Sgambato, preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica, lo studio dimostra infine il valore dell’integrazione tra ricerca, didattica e assistenza, traducendo i risultati scientifici in strumenti concreti per migliorare le cure.

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