Roma, 10 aprile 2026
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Veglia per la pace in San Pietro: intervista al vaticanista Andrea Gagliarducci sull’appello di Papa Leone XIV

Un gesto che, pur nella sua dimensione religiosa, assume inevitabilmente anche un valore simbolico e culturale

di Gianluca Dodero - TEMPO DI LETTURA 4'
Papa Leone XIV (Credit: Vatican News)

Papa Leone XIV (Credit: Vatican News)

Sabato 11 aprile, alle ore 18, la Basilica di San Pietro ospiterà una veglia per la pace presieduta da Papa Leone XIV. Un appuntamento aperto ai fedeli di tutto il mondo che arriva in un momento storico segnato da conflitti e tensioni internazionali e che rilancia il ruolo della Chiesa come voce morale sulla scena globale.

L’iniziativa si inserisce in una tradizione consolidata: nei momenti più critici della storia recente, i Pontefici hanno spesso convocato momenti di preghiera e digiuno come risposta spirituale, ma anche come richiamo pubblico alla responsabilità. Un gesto che, pur nella sua dimensione religiosa, assume inevitabilmente anche un valore simbolico e culturale.

Per comprendere più a fondo il significato della veglia e il suo possibile impatto, La Capitale ha intervistato il vaticanista di EWTN Andrea Gagliarducci.

Il significato di una veglia per la pace

Qual è il significato teologico e pastorale di una veglia per la pace convocata direttamente dal Papa in Basilica in questo momento storico? Momenti simili nella storia recente o passata della Chiesa?

«Non è la prima volta che un Papa convoca giornate di digiuno e preghiera per la pace. Papa Francesco lo ha fatto diverse volte, e c’è un precedente che risale proprio all’inizio del pontificato di Francesco, quando convocò in piazza San Pietro una veglia di preghiera per la Siria e il Medio Oriente. Era il settembre 2013.
Durante il pontificato di Francesco, abbiamo avuto giornate di preghiera per la pace in Repubblica Democratica del Congo e in Africa, per la pace in Libano e Medio Oriente. Ma anche Giovanni Paolo II aveva, ad esempio, convocato una grande giornata di digiuno per scongiurare la guerra in Iraq.
Direi, insomma, che quello che ha fatto Leone XIV è in linea con la tradizione della Chiesa, ed è anche uno strumento diplomatico forte per richiamare tutti alle proprie responsabilità».

Il percorso di pace

La Santa Sede può ancora incidere concretamente nei processi di pace o si tratta soprattutto di un’azione simbolica?

«Quello che io vedo a livello internazionale è una sempre minore considerazione della Santa Sede a livello internazionale. Leone XIV ha più volte offerto la Santa Sede come forza mediatrice, e ha anche offerto il Vaticano come luogo per dialoghi di pace – per esempio nel caso di Russia e Ucraina – senza successo. Nella storia recente, la mediazione della Santa Sede ha funzionato in alcune situazioni specifiche, ma non in generale.
Detto questo, Leone XIV ha dimostrato un approccio diverso. Non è un approccio politico, ma è piuttosto la volontà di richiamare i credenti alle loro responsabilità. Il lavoro va fatto dal basso. Così il Papa all’urbi et orbi di Pasqua non ha citato le zone di conflitto, ma ha parlato di principi, e di fronte alla minaccia di Trump di distruggere una civiltà ha chiesto ai credenti di scrivere ai loro rappresentanti al Congresso. La veglia di preghiera non è solo un atto simbolico, è una chiamata alla responsabilità di tutti di operare per la pace».

Questa veglia può rappresentare l’inizio di un percorso più ampio sul tema della pace?

«Questa veglia, come dicevo, è parte di una visione di Leone XIV che sembra essere chiara. Lui non si rivolge politicamente agli scenari di guerra, non dà risposte dirette né propone soluzioni politiche. Lui lavora sui principi, e permette ai cattolici di tutto il mondo e agli uomini di buona volontà di operare direttamente.
Tra l’altro, la preghiera è il primo impegno che si è preso nel pontificato, quando ha chiesto, nella prima messa con i cardinali in Sistina il 9 maggio, di scomparire per lasciar brillare Cristo. Mi sembra che questa sia la direzione».
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