![«Ecogiustizia subito», tappa nel Lazio: flash mob ad Anagni contro inquinamento e industria bellica nel bacino del Sacco [VIDEO]](https://cdn.sanity.io/images/vpuz7a4e/stage/5cc716e23bc4d692747f78a8ec73426231403b62-1600x1200.jpg?fm=webp&q=80&w=1120)
Nel cuore della provincia di Frosinone, nel sito di interesse nazionale (SIN) del Bacino del Fiume Sacco, tra i più estesi d’Italia, le bonifiche restano ferme. In oltre vent’anni, dal 2005 al 2026, su un totale di 7.235 ettari tra suolo e falde, è stato bonificato appena lo 0,2%, mentre solo il 9,8% dell’area è stato sottoposto a caratterizzazione ambientale, passaggio essenziale per comprendere l’entità e la diffusione dell’inquinamento. Un quadro che le associazioni promotrici della campagna «Ecogiustizia subito» definiscono critico e non più rinviabile. «Bonificare è un dovere verso chi abita, lavora e cresce in questo territorio», è il messaggio lanciato nel corso della mobilitazione, insieme alla richiesta di accelerare gli interventi e avviare una riconversione industriale in chiave sostenibile.
Quinta tappa della campagna nazionale, l’iniziativa ha visto protagoniste ACLI, Agesci, Arci, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera, che si sono ritrovate davanti all’ex stabilimento Winchester di Anagni, uno dei 19 comuni inclusi nel perimetro del SIN.
Cartelli contro i ritardi delle bonifiche, bandiere della pace e pale eoliche di cartone hanno accompagnato il flash mob, sintetizzato dallo slogan «la pace è rinnovabile». Le associazioni hanno denunciato anni di inquinamento segnati da scarichi abusivi, rifiuti interrati, incendi e discariche non controllate.
Particolare preoccupazione è stata espressa per gli sversamenti recenti, accompagnati da una sospetta moria di pesci. «Un fatto grave che dimostra come questo territorio non trovi ancora né giustizia, né pace», sottolineano.
Il quadro che emerge dal dossier evidenzia come la crisi ambientale del SIN del Bacino del Fiume Sacco non riguardi esclusivamente la provincia di Frosinone, ma coinvolga in modo diretto anche il Lazio e, in particolare, l’area metropolitana di Roma. Il fiume Sacco attraversa infatti anche territori della provincia romana, tra cui Colleferro, Segni e Gavignano, inseriti nel perimetro del sito contaminato . Proprio in queste aree si è verificata nel 2005 una delle emergenze più gravi, con la contaminazione da β-HCH riscontrata nel latte e nei terreni, evento che ha portato alla dichiarazione dello stato di emergenza sociosanitaria in comuni tra Roma e Frosinone .
Il SIN coinvolge circa 226.700 residenti, pari a circa l’8% della popolazione regionale, confermando la dimensione sistemica della crisi ambientale nel Lazio . Roma assume un ruolo centrale anche sul piano sanitario e istituzionale: il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale, insieme alle Asl Roma 1, Asl Roma 5 e Asl Frosinone, coordina il progetto «Indaco», finalizzato alla valutazione degli effetti dell’inquinamento sulla salute della popolazione residente nel SIN .
Il dossier è stato realizzato nell’ambito della campagna «Ecogiustizia subito» da ACLI, Agesci, Arci, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera, che hanno raccolto dati istituzionali e analisi ambientali per delineare lo stato del sito e le criticità ancora aperte .
La Valle del Sacco diventa così un caso emblematico delle fragilità ambientali del Lazio, dove sviluppo industriale, ritardi nelle bonifiche e impatti sanitari si intrecciano in una crisi che supera i confini locali e coinvolge direttamente l’intero sistema regionale.
Al centro della protesta anche il futuro dell’ex impianto Winchester, oggi di proprietà della KNDS. Il sito, storicamente legato al disinnesco di esplosivi militari, è oggetto di un progetto di riconversione per la produzione di nitro gelatina destinata alle polveri di lancio.
Il piano prevede l’ampliamento con undici nuovi capannoni su circa 35 ettari, vicino all’area boschiva «Macchia di Anagni». Una prospettiva che le associazioni contestano, ritenendola incompatibile con la necessità di una transizione ecologica.
«La Valle del Sacco deve tornare a produrre futuro e non morte», ribadiscono, chiedendo di abbandonare definitivamente l’industria bellica, presente nell’area dal 1912, per puntare sulle energie rinnovabili.
Sul territorio si intrecciano anche quattro filoni giudiziari, dal caso «Caffaro» al procedimento «Marangoni Tyre», fino alle indagini sulle «polveri nere» e sulle «schiume chimiche» nel fiume.
Le associazioni chiedono chiarezza anche sull’utilizzo dei 53,6 milioni di euro stanziati per le bonifiche, successivamente incrementati. «È importante che si chiarisca che fine hanno fatto», sottolineano, sollecitando maggiore trasparenza e responsabilità istituzionale.
La situazione ambientale si riflette sulla salute pubblica. Studi epidemiologici evidenziano un’elevata incidenza di malattie e mortalità legate all’esposizione a sostanze tossiche, mentre alcune aree registrano concentrazioni elevate di polveri sottili.
«L’inquinamento prodotto ha avuto anche effetti sulla salute delle persone», ricordano le associazioni, evidenziando come la crisi ambientale abbia indebolito anche il tessuto sociale ed economico del territorio.
Accanto alla mobilitazione, le organizzazioni annunciano l’avvio di un monitoraggio civico costante per verificare tempi, procedure e qualità degli interventi di bonifica e riconversione.
Nel pomeriggio, a Colleferro, è prevista un’assemblea pubblica con la firma del «Patto di Comunità», strumento per rilanciare il confronto tra istituzioni e cittadini. «Chiediamo che nella Valle del Sacco si volti al più presto pagina», è l’appello finale. «Facendo ripartire le bonifiche, ascoltando i territori e abbandonando la strada dell’industria bellica per svoltare verso produzioni utili alla transizione ecologica».
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