
Mar Mediterraneo, Sabaudia (La Capitale, foto di Edoardo Iacolucci)
Il Mediterraneo continua a scaldarsi a ritmi preoccupanti, con temperature superficiali superiori di oltre 4 gradi rispetto alla media degli ultimi quarant’anni.
A lanciare l’allarme è la Fondazione Marevivo, organizzazione impegnata nella tutela del mare, che segnala una trasformazione sempre più profonda di uno dei bacini più ricchi di biodiversità del pianeta.
Gli effetti riguardano la perdita di specie, l’alterazione degli ecosistemi, la diffusione di organismi tropicali, la riduzione dell’ossigeno nelle acque profonde e l’aumento degli eventi meteorologici estremi. Il Mediterraneo sta progressivamente perdendo le caratteristiche di mare temperato: le specie adattate alle acque fredde arretrano, mentre avanzano quelle tipiche dei mari caldi.
Il riscaldamento interessa anche gli strati profondi della colonna d’acqua e può provocare morie tra organismi sensibili come le gorgonie. A preoccupare è inoltre la minore formazione di acque profonde nel Golfo del Leone, nel Nord Adriatico e nel Nord Egeo, un processo che riduce il trasporto di ossigeno verso gli abissi.
Roberto Danovaro, professore e membro del Comitato scientifico di Marevivo, avverte che il momento più difficile potrebbe non essere ancora arrivato:
«Il riscaldamento così repentino del Mediterraneo si verifica perché si tratta di un bacino semichiuso. Il periodo più critico deve ancora arrivare. Tra luglio e agosto - sottolinea - può ancora raggiungere o superare la soglia critica dei 30-31 °C. Oltre questo limite si entra in una condizione di forte stress termico che può innescare fenomeni di moria diffusa della fauna marina».
Uno scenario simile si era già verificato nell’estate 2024, quando il forte riscaldamento e la riduzione dell’ossigeno disciolto provocarono morie di piccoli crostacei, granchi, cozze, organismi bentonici e Posidonia oceanica.
La tropicalizzazione del Mediterraneo è ormai evidente. Anche la Posidonia oceanica, specie simbolo del mare, dal 2024 mostra segnali di sofferenza. Dopo anni di fioriture favorite dall’aumento delle temperature, sono comparsi fenomeni di sbiancamento legati allo stress termico, simili a quelli osservati nelle barriere coralline tropicali.
Danovaro sottolinea inoltre che le ondate di calore possono compromettere gli interventi di ripristino degli habitat. Per questo, spiega, il restauro ecologico deve essere accompagnato da strategie preventive, dall’individuazione di rifugi climatici e dalla conservazione in laboratorio degli organismi destinati ai progetti di ripopolamento.
Simonetta Fraschetti, professoressa e componente del Comitato scientifico di Marevivo, richiama invece l’attenzione sulle specie che sostengono il funzionamento degli ecosistemi:
«Nel Mediterraneo le foreste marine di Cystoseira stanno scomparendo, con gravi conseguenze per la biodiversità. Il cambiamento climatico è una delle cause principali, ma - avverte - agisce insieme ad altre pressioni, come l’inquinamento, i pesticidi e il degrado degli habitat, accelerando questi processi».
Secondo Fraschetti, il monitoraggio di lungo periodo e la condivisione dei dati sono una priorità della ricerca europea. Le Aree marine protette non possono fermare il cambiamento climatico, ma possono aumentare la resilienza degli ecosistemi e rallentarne il degrado.
Maria Alessandra Gallone, presidente dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, evidenzia che nel 2025 la temperatura media annuale dei mari italiani ha raggiunto i 20 gradi, con punte oltre i 26 nei mesi estivi e valori superiori di più di un grado alla media climatologica 1991-2020.
«Il Mediterraneo - spiega -sta diventando sempre più favorevole alla diffusione di specie non indigene, come il granchio blu, il pesce scorpione e i pesci coniglio, con effetti sugli habitat, sulla biodiversità e sulle attività economiche».
Gallone ricorda che il 94,9% delle acque di balneazione italiane è classificato eccellente, ma considera indispensabile rafforzare mitigazione, adattamento, monitoraggio scientifico e ripristino degli ecosistemi.
Il mare assorbe il 90% del calore atmosferico e l’aumento dell’evaporazione può alimentare piogge intense e alluvioni dopo lunghi periodi di siccità. Il Mediterraneo è quindi un laboratorio naturale nel quale gli effetti del cambiamento climatico emergono in anticipo, con conseguenze anche per la sicurezza delle comunità costiere.
Andrea Lenzi, presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, definisce questa evoluzione una trasformazione strutturale, con implicazioni profonde per ecosistemi, biodiversità, attività economiche e territori_
«Siamo impegnati a produrre conoscenze scientifiche solide, indispensabili per orientare politiche di adattamento e mitigazione sempre più efficaci, ma ancora di più dobbiamo contribuire a un cambiamento culturale che metta istituzioni e società nelle condizioni di prendere decisioni importanti e immediate, perché - conclude - è dal mare che si genera la vita».
Proteggere il Mediterraneo significa difendere biodiversità, salute, economie costiere e futuro delle nuove generazioni. La fondazione chiede dunque politiche di prevenzione, interventi di mitigazione e adattamento e un’accelerazione della transizione energetica e alimentare, promossa anche attraverso la campagna Only One. Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo, sottolinea infine che i nuovi record di temperatura non possono essere considerati episodi isolati_
«Noi possiamo difenderci dal caldo raffrescando gli ambienti in cui viviamo, ma il Mediterraneo no. Possiamo alleviare i sintomi, ma - ricorda - solo la transizione ecologica può intervenire sulle cause del surriscaldamento».
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