Roma, 5 ottobre 2026
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Keith Haring a Roma, oltre 140 opere a Palazzo Braschi: dai graffiti cancellati ad Apocalypse

Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027 Palazzo Braschi ospita Keith Haring: oltre 140 opere, dai Subway Drawings ad Apocalypse. Il rapporto dell’artista con Roma e i suoi murales perduti

di Edoardo Iacolucci TEMPO DI LETTURA 2'
Opera di Keith Haring su Palazzo delle Esposizioni

Opera di Keith Haring su Palazzo delle Esposizioni

«Non esistono risposte fisse, solo domande». È forse da qui che si può entrare nell’universo di Keith Haring, fatto di bambini radianti, cani che abbaiano, corpi intrecciati, sesso, politica, paura della morte e un segno capace di attraversare indifferentemente una tela, un muro, una metropolitana o la carrozzeria di un’automobile.

Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027, il Museo di Roma a Palazzo Braschi dedica all’artista americano una grande mostra con oltre 140 opere e materiali, provenienti in gran parte dalla Nakamura Keith Haring Collection e affiancati da prestiti pubblici e privati. L'esposizione è curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi.

Dai Subway Drawings alla strada, l'arte fuori dai musei

Il percorso parte dalle origini del linguaggio di Haring, nella New York degli anni Ottanta. Sono gli anni dei Subway Drawings, i disegni realizzati con il gesso bianco sui pannelli pubblicitari vuoti della metropolitana, quando l'artista trasforma un luogo di passaggio quotidiano in uno spazio espositivo accessibile gratuitamente a chiunque.

In mostra ci sono anche i pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo la Fdr Drive di Manhattan, poster, disegni, stampe, sculture e oggetti sui quali Haring trasferisce lo stesso vocabolario visivo. L'arte esce continuamente dai suoi supporti tradizionali: arriva sulla portiera di una Ford, sugli oggetti della vita quotidiana e persino su una motocicletta Yamaha, dipinta durante la permanenza dell'artista a Roma nel 1984.

«Il pubblico ha diritto all'arte. L'arte è per tutti».

Una convinzione che attraversa tutta la sua produzione e contribuisce a spiegare perché il suo immaginario sia diventato riconoscibile in ogni parte del mondo.

Keith Haring a Roma e i due graffiti cancellati

Il rapporto tra Haring e l'Italia precede la consacrazione internazionale. Nel 1983 tiene la sua prima personale italiana alla Galleria Lucio Amelio di Napoli. L'anno successivo è a Roma, dove lascia alcuni dei segni più particolari del suo passaggio.

Durante la mostra Arte di frontiera del 1984 realizza sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni un grande intervento dominato dai toni del rosso e dalla ripetizione delle sue figure, tra cui il cane, uno dei simboli più riconoscibili del suo repertorio.

Un altro lavoro compare sulle barriere antirumore di Ponte Nenni, dove la Metro A attraversa il Tevere: un'opera di circa sei metri per due. Di entrambi rimangono oggi soprattutto le fotografie realizzate da Stefano Fontebasso De Martino.

Il primo intervento venne coperto nel 1992, durante la stagione di ripulitura della città sotto la giunta Carraro. Quello di Ponte Nenni sopravvisse più a lungo, ma nel luglio del 2000, dieci anni dopo la morte di Haring, venne cancellato sotto la giunta Rutelli per liberare la vista del Tevere.

Una vicenda che acquista un peso particolare proprio oggi, mentre Roma torna a celebrare Haring all'interno di uno dei suoi musei.

Smeriglio: «La cultura è per tutti»

A sottolineare il rapporto tra il lavoro di Haring e lo spazio urbano è Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale.

«Questa esposizione su Keith Haring rende omaggio non solo all’artista e alle sue opere rivoluzionarie ma anche al concetto di opera artistica pubblica: penso ai disegni e ai graffiti nella metropolitana di New York, o ancora agli oltre cinquanta metri di murale che avvolge una piscina comunale nel West Village, ancora a New York».

Per Smeriglio, il passaggio dell'artista nello spazio pubblico resta uno degli elementi centrali della sua eredità.

«La conquista della città o meglio dire il dono alla città di Keith Haring ha avuto un impatto in ogni spazio in cui ha lasciato qualcosa del suo lavoro, rappresentando una cultura artistica popolare che parla a tutti, proprio per diffondere un messaggio su larga scala: l’arte è per tutti, la cultura è per tutti».

L'assessore sottolinea inoltre come il percorso di Palazzo Braschi vada oltre la sola street art:

«La sua eredità non sta solo nelle opere di street art ma anche nelle diverse e numerose installazioni, creazioni e opere di arte relazionale. L’esposizione di Palazzo Braschi coglie tutti gli aspetti della sua opera, riuscendo a restituire una narrazione tanto completa quanto incredibile di un artista spentosi a soli 31 anni».

Dal Bambino Radiante all'impegno politico contro apartheid e Aids

Dietro la semplicità apparente delle figure di Haring si nasconde un linguaggio profondamente politico. La mostra ricostruisce questo alfabeto attraverso la serie Icons, con il Bambino Radiante, l'Angelo, il Cane e l'Uomo Alato, e attraverso opere e poster legati alle grandi battaglie del suo tempo.

Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex! affrontano apartheid, droga, razzismo e Aids. L'immagine diventa una forma di intervento nello spazio pubblico, immediata quanto un manifesto.

«Non credo che l'arte sia propaganda: deve liberare l'anima».

C'è poi il corpo, con il desiderio e la sessualità della sezione Radiant Eros – Celebrate Life, dove alcune opere realizzate con pigmenti fluorescenti vengono mostrate sotto luce nera. E ci sono la musica, i club newyorkesi, la danza e una spiritualità che mescola simboli cristiani, arte africana e precolombiana, serpenti, croci, angeli e piramidi.

Apocalypse, Burroughs e gli ultimi anni di Keith Haring

Come un vagone della metropolitana che corre veloce verso il capolinea dell'apocalisse, la vita di Keith Haring finisce nel 1990 a soli 31 anni.

Gli ultimi ambienti della mostra affrontano direttamente questa corsa verso la fine. In Apocalypse, Haring entra in dialogo con i testi dello scrittore William S. Burroughs costruendo immagini violente, religiose e deformate, attraversate dalla sensazione di un mondo prossimo al collasso.

Il percorso arriva infine a Altarpiece: The Life of Christ, dove la forma della pala d'altare diventa lo strumento per una riflessione personale sulla morte, sulla fede e sulla trascendenza.

È il punto più intimo di un'esposizione che parte dalla strada, attraversa la cultura popolare e la politica e arriva alla domanda più antica. Senza offrire necessariamente una risposta.

Perché nel mondo di Haring le figure continuano a muoversi, i corpi continuano a danzare e il segno continua a circolare. E resta quella convinzione, semplice quanto radicale: «L'arte è per tutti».

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