Roma, 23 giugno 2026
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Processo Regeni, la requisitoria della Procura di Roma: «Tortura come strumento di dominio». La legale della famiglia: «Aspettiamo questo momento da 10 anni e mezzo»

Al via la requisitoria della Procura di Roma nel processo per la morte di Giulio Regeni. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco parla di «esercizio metodico e freddo della violenza», mentre la legale della famiglia esprime fiducia nella magistratura

di Edoardo Iacolucci - TEMPO DI LETTURA 3'
L'avvocata Alessandra Bellerini e il procuratore Sergio Colaiocco durante la presentazione del documentario su Giulio Regeni (La Capitale)

L'avvocata Alessandra Bellerini e il procuratore Sergio Colaiocco durante la presentazione del documentario su Giulio Regeni (La Capitale)

È entrata nel vivo all'aula bunker di Rebibbia la fase conclusiva del processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, imputati per il sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel gennaio 2016.

In apertura dell'udienza, Alessandra Bellerini, avvocata che assiste i genitori di Giulio Regeni, ha sottolineato l'importanza del momento processuale atteso dalla famiglia da oltre un decennio.

«Oggi la Procura di Roma ricostruirà fatti e responsabilità, domani toccherà a noi parti civili. Sono 10 anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionatissimi e carichi di responsabilità e aspettative anche di tantissimi italiani: più che fiducia è ormai una fede».

La Procura: «Qui si giudica la tortura protratta come strumento di dominio»

Ad aprire la requisitoria è stato Sergio Colaiocco, procuratore aggiunto di Roma, che ha definito il caso Regeni come qualcosa che va oltre la semplice soppressione di una vita umana.

«Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l'esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia».

Il magistrato ha poi aggiunto:

«Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell'uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero».

«Fu privato della sua stessa condizione di essere umano»

Nel corso della requisitoria, Colaiocco ha ricostruito quanto accaduto al ricercatore italiano dal 25 gennaio 2016, sostenendo che Regeni sia stato privato non solo della libertà e della vita, ma anche dei diritti fondamentali riconosciuti a ogni persona.

Secondo l'accusa, le prove emerse durante il dibattimento indicano che a compiere il sequestro e le torture non sarebbero stati criminali comuni ma appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani.

«Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l'uso legittimo della forza».

Per la Procura, quando la forza istituzionale si trasforma in strumento di oppressione viene colpita «l'idea stessa di civiltà giuridica» e il principio secondo cui ogni potere deve essere sottoposto alla legge.

«Un processo contro il silenzio, la menzogna e i depistaggi»

Il procuratore aggiunto ha inoltre definito il procedimento come un processo nato contro ostacoli e mancanza di collaborazione.

«È stato un processo contro il silenzio. Contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi».

Colaiocco ha affermato che, secondo l'ordine naturale delle cose, i fatti avrebbero dovuto essere accertati in Egitto, ma che le difficoltà incontrate hanno reso evidente come il processo rischiasse di non essere celebrato altrove.

Nel richiamare il ruolo delle istituzioni italiane, il magistrato ha ricordato anche gli interventi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in questi anni ha più volte ribadito la necessità di arrivare a verità e giustizia senza compromessi.

Esclusa la cosiddetta «pista inglese»

Nel corso della requisitoria, la Procura ha affrontato anche una delle ipotesi più discusse negli anni successivi alla morte del ricercatore.

«Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione».

Per Colaiocco non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell'omicidio di Regeni. Il magistrato ha inoltre ribadito che il ricercatore «non era una spia» e che non esistono elementi che possano far ipotizzare rapporti con i servizi di intelligence del Regno Unito.

La requisitoria della Procura proseguirà nelle prossime udienze, mentre per la famiglia Regeni e le parti civili si avvicina un passaggio atteso da oltre dieci anni nella ricerca di verità e giustizia sulla morte del giovane ricercatore friulano.

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