Roma, 7 ottobre 2026
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Richard Avedon a Palazzo Esposizioni Roma, l'America che nessuno guardava

Dal 9 ottobre al 31 gennaio Palazzo Esposizioni Roma porta per la prima volta in Italia l'intera serie di ritratti di Richard Avedon sul West americano.

di Edoardo Iacolucci TEMPO DI LETTURA 3'
Palazzo Esposizioni Roma, mostra di Richard Avedon - In the West America

Palazzo Esposizioni Roma, mostra di Richard Avedon - In the West America

Un ragazzino di tredici anni regge un serpente a sonagli decapitato. Un apicoltore lascia che le api gli coprano il volto e il corpo. Quattro minatori, neri di polvere di carbone, si stagliano su un fondo bianco. Sono i volti dell'America che negli anni Ottanta nessuno guardava e che Richard Avedon ha consegnato alla storia della fotografia. Dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027 Palazzo Esposizioni Roma presenta Richard Avedon. In the American West, 1979-1984, a cura di Clément Chéroux, direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson. Per la prima volta in Italia arriva l'intera serie delle 110 fotografie del libro pubblicato da Harry N. Abrams nel 1985. Con le foto, nelle sale 9, 10, 11 e 12, c'è anche una selezione di materiali d'archivio.

Dalle copertine di Vogue alla polvere del West

Nel 1978 Avedon ha cinquantacinque anni ed è già una leggenda: le copertine di Harper's Bazaar e Vogue, i libri con Truman Capote e James Baldwin, le mostre al Moma e al Metropolitan. Quell'estate, convalescente nel suo ranch di Ennis, in Montana, fotografa il caposquadra Wilbur Powell, «un uomo comune fuori dal comune», come lo definirà. Il ritratto esce su Newsweek, nello stesso numero che porta in copertina il volto di Avedon. Lì cattura lo sguardo di Mitchell A. Wilder, direttore dell'Amon Carter Museum di Fort Worth. È l'inizio di tutto.

Il viaggio parte il 10 marzo 1979 dal Rattlesnake Round-Up di Sweetwater, in Texas, dove Avedon nota Boyd Fortin, tredicenne, mentre aiuta il padre a spellare i serpenti. Si chiude il 28 ottobre 1984 alla Fiera dello Stato del Texas. In mezzo ci sono cinque estati, ventuno Stati e più di mille persone fotografate tra aree di sosta per camionisti, mercati del bestiame, rodei, mattatoi, miniere e giacimenti petroliferi. Con lui viaggiano la coordinatrice Laura Wilson e due assistenti.

L'America della crisi, tra Carter e Reagan

Quando il viaggio comincia, alla Casa Bianca c'è ancora Jimmy Carter; dal 1981 arriverà Ronald Reagan. Dopo lo shock petrolifero il Paese scivola nella recessione e nella deindustrializzazione, mentre in tv brillano le dinastie di petrolieri di Dallas e Dynasty. Fuori dallo schermo c'è Butte, in Montana, la città costruita su quella che chiamavano la collina più ricca del mondo. Ora estrarre il rame costa più di quanto renda: milleottocento minatori sono stati licenziati e settecento case sono in vendita. «Butte non potrebbe stare peggio nemmeno se la colpisse un ciclone», dice un minatore. È lì che Avedon punta l'obiettivo, su persone a cui nessuno presta attenzione ma che, come ricordava, «sono loro a far girare il mondo».

Un foglio bianco e nessun contesto

Il metodo è di una semplicità radicale: un foglio di carta bianca largo quasi tre metri, fissato a un muro o alla fiancata di un rimorchio, sempre all'ombra. Solo luce naturale e una macchina di grande formato 20x25 su treppiede. Avedon non guarda nell'obiettivo. Sta accanto alla macchina, a poco più di un metro, abbastanza vicino da poter toccare chi posa. Il resto è quello che lui chiamava «teatro silenzioso», fatto di sguardi più che di parole. Le sedute durano a lungo e a volte ricominciano il giorno dopo. Alcuni ne escono trasfigurati: un senzatetto può sembrare il modello di una campagna di Calvin Klein, come quelle che Avedon dirigeva proprio nel 1980. Altri restano soltanto sé stessi, ed è lì che diventano universali.

«Un ritratto non è una riproduzione fedele - scriveva Avedon - «Nel momento in cui un'emozione o un fatto si trasformano in fotografia, smettono di essere tali e diventano opinioni. Non esiste inesattezza: tutte le foto sono esatte, ma nessuna è la verità».

Il caso limite è Ronald Fischer, l'apicoltore di Davis, in California, fotografato il 9 maggio 1981 con la pelle punteggiata da centinaia di api. È una scena costruita, che Avedon definì «un'opera d'immaginazione». Oggi è l'immagine più celebre della serie, omaggiata da Annie Leibovitz con David Duchovny e da Dan Winters con Angelina Jolie.

La mostra come il libro, pagina per pagina

A Roma l'allestimento segue lo stesso ordine del volume del 1985, costruito da Avedon alternando volti, toni e pause: dove nel libro c'è una pagina bianca, sulla parete resta un vuoto. Pareti grigie e bianche, stampe in bianco e nero. Le fotografie sono piccole, perché sono quelle usate per la pubblicazione. Nel 1985 l'Amon Carter puntava su ingrandimenti alti quasi due metri; qui la scala ridotta obbliga ad avvicinarsi, come a ritrovare la distanza a cui lavorava il fotografo. Dei negativi resta solo una parte. Quelli esclusi dalle stampe della mostra originale furono distrutti, quelli scelti sono custoditi all'Amon Carter con l'indicazione di non stamparli più. Completano il percorso appunti autografi, Polaroid di lavoro e le lettere scambiate con le persone ritratte.

Dallo scandalo al classico

Nel 1985 l'accoglienza fu feroce. La stampa parlò di uno sguardo «crudele» e «snob», un lettore del Texas Monthly di «una frode colossale», Max Kozloff su Art in America di «mancanza di decenza». Quarant'anni dopo, quello scandalo è una delle opere fondamentali della fotografia del secondo Novecento. Dopo Parigi nel 2025 e Madrid nel 2026, la mostra arriva a Roma. È la «perfetta chiusura» del ciclo che Azienda Speciale Palaexpo ha dedicato ai grandi maestri, da Don McCullin a Mario Giacomelli.

«Mi auguro che i visitatori ritrovino in questi volti la sensazione che la fotografia sia sempre, anche quando guarda gli altri, un modo di guardare dentro di sé» spiega Marco Delogu, presidente di Azienda Speciale Palaexpo.

La mostra è accompagnata dalla riedizione del libro, con i testi di Avedon e Laura Wilson tradotti in italiano e il saggio del curatore.

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