
Una regione che cresce anche grazie a nuove componenti culturali, trainato da una Città metropolitana, quella di Roma, che fa da magnete ma che si scontra con le paludi della burocrazia e una gestione dell’accoglienza ancora troppo legata all'emergenza.
È la fotografia scattata da numeri emersa al Teatro Rossini di Roma durante la presentazione del ventunesimo Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.
I dati mettono a nudo un paradosso perchè a fronte di un radicamento demografico e occupazionale ormai strutturale, le politiche nazionali stringono le maglie, spingendo verso l'irregolarità anche chi avrebbe il diritto e la volontà di integrarsi.
Mentre la popolazione italiana registra una flessione dello -0,3%, la componente straniera residente nel Lazio cresce del +1,2%, raggiungendo quota 651.033 residenti (il 12,1% del totale nazionale). Di fatto, più di un residente su dieci nella regione ha un'origine internazionale. La distribuzione territoriale, però, non è omogenea.
La Città metropolitana di Roma catalizza l’80,1% delle presenze regionali con ben 521.761 cittadini stranieri, mentre il restante venti per cento si divide tra le altre province. In questi territori l'impatto del lavoro straniero si fa sentire soprattutto nell'agricoltura e nell'edilizia, con picchi di incidenza dei contratti che raggiungono il 37,6% a Latina e il 24,3% a Viterbo. Le comunità storiche si confermano solide, a partire da quella rumena (29,3%), ma si registrano crescite verticali per la comunità del Bangladesh, che diventa la seconda forza al 7,1%, e per quella ucraina.
Dietro la stabilità delle seconde generazioni e dei ricongiungimenti familiari, con i permessi per motivi di famiglia che sfiorano il 33,2%, il Rapporto IDOS lancia un grido d'allarme sulle politiche di ingresso: solo 8 persone su 100 riescono a entrare, lavorare e soggiornare regolarmente. Sotto accusa finiscono i decreti flussi e le strette normative del Decreto Cutro. La burocrazia crea "irregolari forzati" e l'area di Roma è la più esposta, con centinaia di persone a rischio per via di prassi respingenti e attese in Questura che per i richiedenti asilo possono toccare i 3-4 anni solo per vedere esaminata la domanda. Nel frattempo, i permessi per motivi di lavoro nell'ultimo decennio sono crollati del -54,8%, sostituiti da un aumento del +166,7% dei permessi legati alla protezione internazionale. Anche l’accoglienza soffre di questa asimmetria. Il 72,6% dei migranti è inserito nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), strutture emergenziali in aumento, mentre solo il 27,4% trova spazio nel Sai (Sistema di accoglienza e integrazione), la rete ordinaria che mira alla vera autonomia.
A fronte delle carenze della macchina statale, le istituzioni locali e il privato sociale stanno stringendo un'alleanza per fare rete. La Città metropolitana di Roma Capitale ha scelto la via della co-progettazione.
«Vogliamo favorire la partecipazione e il dialogo per tutte le comunità e le associazioni che operano nel territorio», ha spiegato Tiziana Biolghini, Consigliera delegata alle Politiche Sociali della Città metropolitana. «La Consulta è un segnale concreto di vicinanza, un progetto che mette al centro l'ascolto per rispondere ai bisogni reali. Una città inclusiva è il più efficace strumento di prevenzione delle fragilità sociali e dei fenomeni criminali».
Per contrastare l'intolleranza, l'ente metropolitano ha annunciato due azioni concrete in collaborazione con l'UNAR: l'apertura di un Centro Antirazzista a Roma e l'attivazione di una rete di "antenne sociali" dislocate nei Comuni della provincia, pronte a monitorare e valorizzare le diverse identità culturali, a partire dalla partecipazione al festival MULTI del prossimo settembre.
Il report si arricchisce quest'anno del contributo del Centro Astalli, focalizzato sui percorsi delle donne rifugiate. L'appello è chiaro. Invita a superare la visione puramente assistenziale e l'approccio che "vittimizza" la figura femminile. L'obiettivo deve essere l'autonomia reale, da raggiungere attraverso interventi personalizzati e sensibili al genere, capaci di sbloccare l'accesso alla casa, all'istruzione e al lavoro. Oggi, purtroppo, i dati sull'occupazione mostrano ancora una forte segregazione: se gli uomini si dividono tra campi e cantieri, le oltre 100mila donne straniere che hanno firmato un contratto nel Lazio restano quasi esclusivamente confinate nel settore dei servizi alla persona e dell'assistenza domestica. Una risorsa d'oro, che attende solo di essere valorizzata oltre i vecchi stereotipi.
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